Concludendo, aveva ragione De Laurentiis

Ancelotti era il grande acquisto del Napoli, la rosa non era sfruttata a dovere. Persino a Madrid: oggi la squadra gioca alla pari con le grandi d’Europa

Concludendo, aveva ragione De Laurentiis

Napoli è una città capovolta, fiera di esserlo

E quindi aveva ragione Aurelio De Laurentiis. Un po’ come “era meglio quando c’erano gli Squallor”. Non che da queste parti avessimo mai avuto dubbi – né sugli Squallor né su De Laurentiis – ma poiché Napoli è una città capovolta, peraltro fiera di esserlo, è bene dare una rinfrescata a uso e consumo dei lettori e di chi per mesi, anni, ha proiettato una realtà che non è mai esistita. Realtà, va detto, che è stata proiettata con successo anche nel resto d’Italia: basta ricordare i pronostici di quest’estate sul campionato. Ma nel resto d’Italia è comprensibile: per loro è inaccettabile l’idea che a Napoli possiamo avere una realtà imprenditoriale innovativa e competitiva. In città, invece, è inspiegabile se non con l’innata tendenza all’autolesionismo.

Non torniamo sul fenomeno del papponismo da noi ampiamente sviscerato. Ci dispiace soltanto che Raffaele La Capria non sia appassionato di calcio. Col suo ultimo romanzo è ripartito il non originalissimo dibattito sulla napoletanità. Ma i tempi passano. Oggi, ben più di Massimo De Luca, Napoli è descritta perfettamente dal suo rapporto col presidente della squadra di calcio.

Era Ancelotti il grande acquisto del Napoli

Aveva ragione De Laurentiis. Su tutta la linea. Possiamo gridarlo dopo circa due mesi di stagione agonistica. Ben sapendo che saremo, come al solito, insultati e calunniati. Gli unici mezzi a disposizione di chi non ha argomentazioni per replicare.

Aveva ragione De Laurentiis a dire che Ancelotti era il grande acquisto del Napoli. Che non c’era bisogno di alcun acquisto roboante, che la rosa era ampiamente competitiva ma che andava sfruttata per rendersene conto e che una società di calcio è un’azienda e un amministratore delegato deve tutelare e valorizzare il patrimonio aziendale oltre che concordare gli obiettivi con la proprietà. Nel calcio un allenatore può essere paragonato a un amministratore delegato.

Oggi possiamo soltanto sorridere di fronte a quei tifosi (parola grossa) che rivelano il proprio stupore per l’efficacia del lavoro di Ancelotti. Del resto il loro scetticismo iniziale era comprensibile: parliamo soltanto dell’allenatore che detiene il record di Champions vinte, che ha allenato – sempre vincendo – squadrette del calibro di Milan, Chelsea, Psg, Real Madrid, Bayern. Quisquilie. Robetta che non impressiona il tifoso del Napoli abituato a ben altri palmares. Per loro un allenatore aziendalista, è un allenatore per forza di cose corrotto. Non fa una grinza.   

   

Aveva ragione De Laurentiis. Il buon Ancelotti, il pensionato Ancelotti, colui il quale è venuto a Napoli per sistemare il figlio, sta dimostrando che il Napoli ha effettivamente una rosa competitiva, colpevolmente sottostimata da chi lo ha preceduto. Napoli ha convissuto col falso storico di una rosa inadeguata che avrebbe impedito alla squadra di attuare il turn over necessario per non arrivare stremati a fine stagione, peraltro dopo aver snobbato le coppe europee come se fossero la peste.

L’onestà intellettuale è merce rarissima

Ovviamente l’onestà intellettuale è merce rarissima. E oggi gli stessi – tanti, tantissimi, una moltitudine – che gridavano alla rosa corta e al presidente unico vero ostacolo alla crescita del Napoli (perché ovviamente sono stati loro, con una cooperativa, a risollevare il Napoli dalla C e a portarlo in Champions), si risentono quando qualcuno fa loro notare di aver inquinato l’ambiente con la propria incompetenza. In questo contesto di approssimazione, è bene ricordare che il Napoli HA PRATICAMENTE LA STESSA ROSA DELLO SCORSO ANNO. Anzi, non c’è il portiere Reina un idolo anche e soprattutto per i suoi contrasti con De Laurentiis.   

I nuovi sono Fabian Ruiz che a centrocampo ha numericamente sostituito Jorginho a Napoli considerato un fuoriclasse. Malcuit che, permetteteci di dire, con Sarri avrebbe esordito nel 2035. E Verdi che è un buon giocatore, ma siamo certi che con Ancelotti avrebbe giocato anche Giaccherini. Quindi la rosa è la stessa. Senza dimenticare che il Napoli ha scoperto di avere un difensore come Maksimovic che fu pagato 25 milioni; un attaccante come Ounas e un centrocampista come Rog: entrambi da mesi protagonisti della trasmissione tv “Chi l’ha visto?”.

Va ovviamente chiarito che Sarri è stato un ottimo allenatore del Napoli, ha rischiato la storica impresa di vincere lo scudetto. Quel che non si capisce, però, è perché abbia voluto associare ai risultati della squadra, e quindi ai suoi, l’idea che la società e i calciatori messi a disposizione dal club non fossero all’altezza. Come se ammettere di avere una rosa competitiva, diminuisse i suoi meriti.

Ci eravamo assuefatti alla retorica degli ultimi

Ormai non ce ne rendiamo nemmeno conto, ci eravamo abituati a ragionare da reclusi, da prigionieri di una condizione di inferiorità. Una edizione calcistica del mito della caverna di Platone. Quella insopportabile sensazione di inadeguatezza che ci perseguitava e veniva da noi alimentata. Come se fossimo sempre gli ultimi della classe alla vigilia di un’impresa disperata che ovviamente ci vedeva sfavoriti. Eravamo quelli dell’entroterra cantati da Paolo Conte in “Genova per noi”: “e ogni volta ci chiediamo se quel posto dove andiamo non c’inghiotte e non torniamo più”.

Oggi invece è finalmente scomparsa la parola miracolo che ci ha accompagnati e ammorbati in questi anni. Affrontiamo Liverpool e Psg senza quella fastidiosissima retorica degli ultimi. E, consentiteci, li affrontiamo per batterli. Non per metterci in mostra ben sapendo che quando il gioco si fa duro, torniamo nel nostro cantuccio. 

La notte di Madrid

Aveva ragione De Laurentiis persino nella notte di Madrid. Quando una sconfitta per 3-1 ci parve la più splendida delle vittorie. E quelle parole suonarono come un attacco da ingrato. “Ma come? Sarri fa le nozze con i fichi secchi, e lui lo contesta?”. Erano le parole di un imprenditore che credeva più di tutti nelle potenzialità della propria azienda e sapeva che avrebbe potuto fare di più. Un anno e mezzo dopo, il Napoli ha giocato alla pari con Liverpool e Psg: ha battuto i vicecampioni d’Europa e a Parigi, contro Mbappé Neymar e Cavani, è stato raggiunto sul 2-2 soltanto al 92esimo.

Aveva ragione De Laurentiis, potevamo fare di più.

Scriviamo queste righe ben consapevoli che alle prime difficoltà i presunti tifosi del Napoli riemergeranno. Ma ora è così bello questo godersi questo silenzio. E soprattutto un Napoli mai così autorevole in Europa. Guidato da un grandissimo allenatore che, come tutti i numeri uno, non rivendica alcun merito per sé né è afflitto da manie di proselitismo. Non ne ha bisogno. Lui è Carlo Ancelotti. Gli basta questo.

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