Il dono di Ancelotti a Napoli è aver rifiutato la retorica del miracolo

In una Italia che proprio non si rassegna a considerare Napoli modello di programmazione (ci è cascato persino Sacchi), ecco un signore che ha mostrato grande rispetto per club, squadra, tifosi

Il dono di Ancelotti a Napoli è aver rifiutato la retorica del miracolo
Ancelotti (Carlo Hermann/Kontrolab)

Arrigo Sacchi è caduto nel luogo comune

Ieri sera, nel salone tv di un hotel di Milano Marittima si è consumato l’unico errore commesso da Carlo Ancelotti. Lì, in una stanza affollata di milanisti (ma non erano tutti milanisti), al triplice fischio finale era facile imbattersi in un contrariato Arrigo Sacchi che tutto sembrava fuorché tifare per il Napoli e che da giorni ripeteva che il Milan è da scudetto e che per Carletto sarà molto difficile ripetere il percorso di Sarri.

Si è sbagliato (conserviamo un forse) persino l’Arrigo. Figuriamoci gli altri. Proprio lui, il vate di Fusignano, ha rinnegato la sua filosofia, quella che mette al centro di tutto il lavoro, l’applicazione. Il Napoli è un club che, con le fisiologiche differenze da allenatore ad allenatore, ha una continuità tecnica che è al sesto anno di vita. E un organico che cambia pochissimo. Ma è più forte di tutti. Eppure il binomio Napoli-programmazione è fisiologicamente inaccettabile, troppo duro da mandar giù. E non c’entra la salvinizzazione del Paese (che tocca anche Napoli, tra l’altro). C’entra il luogo comune radicato, quel che Sacchi ha sempre combattuto prima di finirci dentro dalla testa ai piedi.

La pappardella imparata a memoria

Decenni e più di propaganda sono duri da sovvertire. Viene troppo comodo associare Napoli alla cultura miracolistica. “Il Napoli è una squadra media che è diventata quasi grande solo grazie ai perfetti meccanismi di Sarri”. Una pappardella imparata a memoria, in stile “Vincenzo m’è padre a me”. Che ha fatto breccia anche nelle migliori penne del giornalismo italiano, citiamo per tutti Gianni Mura uno al di sopra di ogni sospetto. Figuriamoci nei tanti adepti del papponismo che avevano previsto il Napoli a zero punti dopo due giornate e oggi non sanno che vestito indossare (un consiglio: fate pace con voi stessi e godetevi questa grande squadra). È l’aspetto di Sarri che non è mai piaciuto a chi scrive: aver contribuito ad avvalorare, con le sue continue dichiarazioni, l’ipotesi del miracolo.

Il rispetto che lui mostra per il club e per la squadra

Ancelotti sta regalando a Napoli il dono più bello: una dichiarazione di grande rispetto per la grandezza del club e della squadra. Come è possibile non accorgersene? Ancelotti – uno che ha vinto tutto, un terzo dei suoi trofei ci renderebbe felici per l’eternità – è l’esatto contrario della spocchia. È arrivato in punta di piedi, e ha detto in ogni salsa che questa squadra è forte, che ha scelto Napoli per emozionarsi e che De Laurentiis è un grande presidente. Lo ha fatto anche ieri sera dopo la rimonta sul Milan. È incredibile come a Napoli l’elogio della propria squadra venga recepito con diffidenza. Se avesse sparato sulla squadra e sul club, sarebbe diventato l’idolo della piazza in trenta secondi. Occorrerebbe consultare un pool di professionisti, psicoterapeuti di livello mondiale, per provare a spiegare questo tripudio di autolesionismo.

La retorica che accompagna Napoli, ha trascinato con sé persino l’allenatore italiano che ha vinto a Madrid come a Londra, a Parigi e Monaco di Baviera. “Non può essere che Ancelotti abbia scelto Napoli perché considera la squadra forte e il club solido”. Napoli è precarietà, è improvvisazione. Napoli perde sempre, a meno che non abbia il Genio in campo. E invece no, stavolta Napoli è collettività. L’individualità non esiste. Il più famoso è il direttore d’orchestra. Probabilmente il primo direttore d’orchestra non integralista della gestione De Laurentiis. Un ex integralista, per giunta.

Cambia le partite con una mossa – Mertens per Hamsik – come solo i grandi allenatori sanno fare. E ai microfoni quasi fa finta di niente. In sala stampa dice che «il Napoli di Ancelotti non esiste, è il Napoli dei tifosi ed è il Napoli di De Laurentiis». Lui, il tenente Colombo, ha visto tutto, ha capito tutto. Lo sciopero, la solidarietà per Genova, non si intromette. Sa che ricordava uno stadio impossibile e si è ritrovato in un posto che sembrava San Siro con i tamburi dei milanisti che lanciavano cori contro Napoli, mentre noi eravamo sotto. Da piangere. Ancelotti non ha fatto una piega. È convinto che la sua forza tranquilla s’imporrà anche da queste parti. Sempre e solo a modo suo.

Luperto

In una sola partita, ha effettuato tre sostituzioni spartiacque. Mertens per Hamsik ha rivoltato la partita. Poi ha tolto il protagonista Zielinski e ha inserito Diawara per dare robustezza al centrocampo e proprio dai piedi di Amadou è partita l’azione della terza rete. Ma, soprattutto, con grande nonchalance ha fatto entrare il giovane Luperto al posto dell’infortunato Mario Rui. Come se fosse la cosa più normale del mondo. Perché in realtà è la cosa più normale del mondo. Succede ovunque: al Real Madrid come al Barcellona e al Manchester City. A Napoli tenere in rosa un giovane del vivaio, di 21 anni, vuol dire essere proni al pappone. Anche di questo dovrebbe occuparsi il simposio di psicoterapeuti.

La conseguenza è che il Napoli ha vinto la partita. Perché la squadra è forte, e perché l’allenatore vuole insegnare a questo splendido gruppo a recitare più parti in commedia, a cambiare spartito durante la partita. È quel qualcosa in più di cui ha parlato Ancelotti, il fattore che Ancelotti ha dichiarato di voler portare a questa squadra. Squadra che ovviamente funzionava, e benissimo, anche con Sarri. Con uno spartito diverso.

Gattuso

Il finale lo dedichiamo a Rino Gattuso uomo del Sud che ha mostrato di aver capito perfettamente Napoli. «Voi napoletani – ha detto ieri in sala stampa – dimenticate cosa avete passato negli anni scorsi. In questi tre anni avete totalizzato credo 250 punti, la società ha venduto pochissimo, ha trattenuto tanti giocatori che avevano mercato. Avete una squadra già forte, da 90 punti, al 90% è rimasta con le caratteristiche di Sarri. La differenza la fanno la squadra e la mentalità». Vuoi vedere che lui e Ancelotti al telefono non hanno parlato di mozzarelle?

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