Ancelotti ha dimostrato (innanzitutto ai tifosi del Napoli) che il Napoli è uno squadrone

Né Masaniello né San Gennaro, osserva la realtà senza i complessi tipici della città, ha cambiato quel che c’era da cambiare ed è stato di parola

Ancelotti ha dimostrato (innanzitutto ai tifosi del Napoli) che il Napoli è uno squadrone

Cosa vuol dire lottare su tre fronti

Ancelotti lo dice da quando è venuto a Napoli: dobbiamo essere competitivi su tutti i fronti. Nell’ultima settimana ci ha fatto capire cosa intendeva: con la vittoria a Udine per 3-0 approfitta del mezzo passo falso della Juventus, si porta a meno quattro e fa capire a tutta Italia che no, il campionato non è finito ad ottobre; con un pareggio a Parigi rimane al secondo posto del girone più difficile di tutta la Champions League e fa capire a tutta Europa che no, non siamo una squadra che sta lì solo per fare bella figura, ma per giocarci il passaggio agli ottavi. Forse ce la faremo, forse no, ma non credo sia questa la cosa più importante.

Questo inizio di stagione dovrebbe essere servito a tutti, tifosi e giornalisti compresi, che il Napoli è uno squadrone. Le 7 vittorie in serie A e i 5 punti in CL sono arrivati come naturale conseguenza della forza della squadra, della programmazione della società e del lavoro del tecnico.

Una squadra che se la può giocare con chiunque

Il Napoli è uscito dalla dimensione epica che ci ha accompagnato nelle sfide più importanti degli ultimi anni. Dovremmo abituarci, rivedere la nostra impostazione. Questa è una squadra forte, molto forte. Una squadra che se la può giocare con chiunque. Che può naturalmente vincere o perdere (o subire il pareggio al 93° come è successo con il PSG), ma senza ricorrere alle categorie dell’impresa e del miracolo.

Non ci servono più le sceneggiate in panchina di Mazzarri, le sue giacche tolte e le maniche arrotolate. Non ci servono gli schemi maniacali di Sarri e le sue mille Merit al giorno. Non dobbiamo sperare nella partita sovrannaturale di nessuno dei nostri. Non dobbiamo scegliere tra campionato e coppe perché non ci sentiamo all’altezza.

L’unico che non avrebbe firmato per un pareggio

Siamo passati da sorpresa a realtà. Nelle interviste del dopo partita direi che se ne sono resi conto anche i giocatori. È importante, perché la consapevolezza, la fiducia, la confidence, come dicono gli inglesi, è alla base delle migliori prestazioni.

D’altra parte parliamo di una squadra che è in Europa stabilmente da un decennio, che colleziona secondi e terzi posti in una serie A stradominata dalla Juventus, che ha più della metà dei suoi giocatori in nazionale, che è nei primi 15 del ranking Uefa, che è stata capace di portare a casa qualche titolo, che ha ingaggiato l’allenatore più titolato d’Europa.

Ancelotti, sempre lui, è l’unico, diciamoci la verità, che prima della partita non avrebbe firmato per un pareggio. E c’è un motivo se è così. A parte l’ovvia considerazione che Carletto declama urbi et orbi da quando è arrivato, ovvero che lui sa di avere una squadra forte, il mister è un cosmopolita, uno che parla 4/5 lingue, che ha giocato e vinto in tutta Europa, che vive in Canada. Viene da fuori e ha lo sguardo dello straniero, uno che pensa semplicemente “questa squadra è forte, perché non può vincere?”, con la stessa facilità con la quale pensa “questa è una città bellissima, perché non dovrei viverci?”.

Non ha lente distorta dei napoletani

Non ha la lente distorta dei napoletani che interpretano la realtà secondo i loro complessi. Non pensa che un terzino sinistro che gioca nella nazionale portoghese sia uno che non può giocare nemmeno un minuto finché Ghoulam ha linfa vitale, che Rog che ha vinto uno scudetto in patria e ha giocato in nazionale non sia utile alla causa, che Ounas che evidentemente sa toccare il pallone non possa fare il suo in campo. Non crede che il presidente non voglia vincere, che in tutto il mondo ci sia un complotto per tenerci fuori dal calcio che conta. È venuto da fuori, ha dato uno sguardo alle statistiche, un altro alla rosa e ha pensato “si può fare”. E poi ha cominciato a fare. Semplicemente, con il piglio del Tenente Colombo, come lo chiama Massimiliano Gallo, senza spocchia e con consapevolezza.

Non cade nella dicotomia rivoluzione/miracolo, nella patria di Masaniello e San Gennaro, un vezzo che attanaglia quasi tutti quelli che passano di qui. Si è presentato dicendo che voleva dare una registrata a due o tre cose e ha detto la verità: solo che quelle due tre cose erano sfruttare tutta la rosa, cambiare ruolo a mezza squadra e cambiare modulo. A ripetizione.

Per questo, tra i vari soprannomi che gli abbiamo affibbiato, quello che amo di meno è “Re Carlo”. È un nomignolo che cerca di incastonarlo negli stereotipi che abbiamo in testa, quelli ai quali lui, per ora, resiste. Se questo Napoli vincerà qualcosa non sarà perché abbiamo un condottiero incoronato che ci guiderà, ma perché è arrivato uno capace di tirare fuori il buono che c’è da un’ottima squadra. Uno senza complessi. Non facciamoglieli venire, chiamiamolo Carletto.
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