La sana normalità di Ancelotti che non cerca Dio nel pallone

Solo lui poteva dire che «il progresso tattico è regresso». Con tanti saluti ai nuovi ideologi del pallone. Un uomo che è portatore sano di normalità

La sana normalità di Ancelotti che non cerca Dio nel pallone

Può consentirsi tutto

Carlo Ancelotti può consentirsi tutto. Rientra in Italia dopo nove anni, dopo aver vinto all’estero tutto quello che c’era da vincere (lo aveva fatto anche da noi, in realtà, al Milan) e lo fa con quello sguardo distante, quasi da alieno. Lo ribattezzammo subito tenente Colombo. Con fare sornione, finto distaccato, alza la mano come se fosse all’ultimo banco in classe e ricorda ai dirigenti del calcio italiano che nei nostri stadi non c’è cultura sportiva, che imperversano il razzismo e la mancanza di rispetto per l’avversario e – da politico consumato – ricorda che le leggi per arginare questa squallida deriva ci sono già. Detto fatto: i cori spariscono, a partire da Atalanta-Napoli.

Anche le polemiche le porta avanti a modo suo. Non ne aveva mai fatte prima di domenica, dopo Napoli-Spal. Per lui, c’era rigore per fallo di mano. Ma lo dice tra il serio e il faceto: “Avranno cambiato la regola”, sorride ai microfoni di Sky. “O hanno cambiato la regola, o era rigore”. È il massimo che ha mostrato in questi mesi.

Ancelotti può consentirsi questo e altro. Accetta l’invito della Gazzetta per il festival dello sport e recita il ruolo del rinnegato tra Sacchi e Guardiola. Lui che fu il primo allievo dell’Arrigo, lui che a Usa 94 raccoglieva manualmente le statistiche per il ct (Opta e compagnia non erano nemmeno lontanamente in programma). È lontano l’Ancelotti che disse no a Baggio a Parma perché non sapeva dove metterlo in campo. Tant’è vero che al festival Sacchi lo bollò: “non è ossessionato dalla perfezione”.

“Si tornerà alla palla lunga”

Ma è nulla rispetto a quel che ha detto oggi al Corriere della Sera. Dove ha aggiunto un’altra distanza tra il suo calcio, la sua concezione di calcio e quella che oggi impera e guai a criticarla.

Secondo me, il progresso tattico è regresso. Esempio: adesso tutte le squadre cercano di giocare a calcio, anche le piccole, che va bene, ma si perde un po’ di combattività e applicazione in difesa. Altro esempio: le squadre cercano di giocare da dietro, utilizzano il portiere: tra poco cambierà, perché si vedono rischi eccessivi, si tornerà alla vecchia palla lunga.

Si tornerà alla vecchia palla lunga. Arrigo Sacchi starà ancora male. Lo avrà chiamato e siamo certi che Ancelotti lo avrà tranquillizzato dicendo che è stata un’esagerazione giornalistica. È Natale, non è mica il caso di rovinare il cenone di Fusignano.

Che cosa è successo a quest’uomo? si staranno chiedendo i teorici del calcio unico, quelli per cui una palla buttata in fallo laterale equivale a una bestemmia. Non è successo nulla. È che Ancelotti è un uomo di campagna. Della terra. E nella terra ha lasciato i suoi piedi. È un uomo di buon senso. “È un italiano nel senso migliore del termine”, come ha scritto Mario Colella. È un cittadino del mondo che porta dentro di sé le proprie radici. Che non ha perso la propria bussola. Per lui il calcio è rimasto un gioco semplice, non riconosce un’ideologia del pallone: “Non c’è l’università del calcio” dice e prende ulteriormente le distanze a chi prova a fare del pallone uno strumento per cercare il divino.

È forse il taglio più netto di Ancelotti col suo passato. «Il progresso tattico è regresso» è una frase forte. La figura di Ancelotti ricorda quelle scene in Bud Spencer rimaneva di fronte al rivale che mostrava un repertorio di movimenti inutili per poi finire a terra dopo un cazzottone old style.

Se lo avesse detto Allegri

Immaginate se queste dichiarazioni le avesse rilasciate Allegri. Apriti cielo. L’allenatore in Italia più vincente degli ultimi anni trattato come un ossessionato, uno che in fondo ne capisce poco. Sì, in questi anni tremendi è successo anche questo: il sovvertimento della ragionevolezza. Allegri non ha le physique du role di Ancelotti, non può consentirselo. L’uomo di Reggiolo sì. Può dire che le statistiche non servono a nulla. Può presentarsi in una piazza come Napoli, dopo tre anni di Sarri, e dire che per lui il portiere deve parare.Per me, il portiere ideale è il portiere che para. Poi può essere bravo con i piedi, può arrampicarsi sugli alberi. L’importante è che abbia due mani che possano parare». Lo immaginiamo rivoluzionario nel dire che per lui un attaccante deve segnare. È il calcio di Ancelotti. Quello che peraltro ha imparato da un innovatore come Liedholm un uomo avanti vent’anni rispetto agli altri. E che ha insegnato a Carletto che non bisogna mai perdere di vista la semplicità, il contatto con la terra.

Ancelotti è una ventata di sana normalità. Soltanto lui poteva farlo. Soltanto poteva fare questo carrozzone sparato a tutto verso non si sa dov’è. È Albanese che fa l’imitazione dei sommelier. Ancelotti ci ha restituito l’idea di calcio che abbiamo sempre amato. Sport completo in cui è racchiusa la vita: la sofferenza, il pathos, il colpo di genio, la concretezza. Prima che le geometrie dei geometri prendessero inesorabilmente il sopravvento. Un toccasana per chi prova un senso di fastidio fisico nel vedere quelle squadre che perdono il pallone al limite dell’area per giocare ostinatamente palla a terra. Fino a oggi non si poteva dirlo, altrimenti si veniva tacciati di essere passatisti, oscurantisti. Poi arriva lui e dichiara: «tra poco cambierà, perché si vedono rischi eccessivi, si tornerà alla vecchia palla lunga». E un filo di commozione ci pervade.

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