Ancelotti fa il rinnegato tra Sacchi e Guardiola. Arrigo lo bolla: «Non è ossessionato dalla perfezione»

L’incontro marca la diversità di Carlo profondamente distante dal concetto di integralismo. Le scarpate ad Hagi contro la Steaua e l’affettuosa ramanzina di Arrigo

Ancelotti fa il rinnegato tra Sacchi e Guardiola. Arrigo lo bolla: «Non è ossessionato dalla perfezione»

Come Edoardo Bennato

Se non avete ancora guardato l’incontro al festival dello sport di Trento tra Sacchi, Guardiola e Ancelotti, fatelo. È un’ora spesa bene. La Gazzetta dello Sport è riuscita a mettere insieme tra grandi del calcio e a parlare di bellezza e di pallone. Settanta minuti – in realtà è poco più di un’ora – in cui l’attuale tecnico del Napoli ha fondamentalmente ribadito il proprio essere un rinnegato. Termine forte, caro a Edoardo Bennato, certamente eccessivo ma che rende l’idea. Concetto sintetizzato anche da Arrigo Sacchi il leader politico della rivoluzione culturale su un campo di calcio. «Carlo è molto bravo ed è molto intelligente – l’approccio positivo prima che ti arrivi la legnata – ma a differenza di altri, anche mia e di Pep, non ha l’ossessione di andare oltre i propri limiti. Come diceva Salvador Dalì non bisogna avere della perfezione tanto è impossibile da raggiungere».

Non più integralista

C’è il grande affetto, l’evidente stima per Ancelotti. Ma non c’è più la piena identificazione. C’è una distanza. Breve, meno breve, non ci dilungheremo su questo. L’allievo, il primo allievo di Sacchi ha imboccato un’altra direzione (qui lo abbiamo definito un riformista alla Blair). E Ancelotti non lo ha nascosto nemmeno un minuto dei settanta dell’incontro. Sempre col suo fare, pacioso, l’allenatore del Napoli già alla prima domanda ha subito messo le cose in chiaro: «Oggi si parla tanto di statistiche, ma il calcio è un gioco strano. Puoi fare venti tiri in porta e subirne uno, e perdere la partita. Perciò le uniche statistiche che contano sono i gol fatti e i gol subiti. Ovviamente giocare bene è importante, ti aiuta, è più facile che tu vinca».

Addirittura Ancelotti attacca uno dei principi essenziali del nuovo calcio: l’identità di gioco. Lui premette: «Non so se sia un bene o un male, ma oggi anche le squadre meno forti hanno una propria identità. Un gioco riconoscibile, costruiscono dal basso. Un tempo le squadre più piccole si difendevano proprio in area di rigore». Poi aggiungerà nel corso dell’incontro: «Con Arrigo abbiamo scoperto che facendo pressing conquistavamo palla e potevamo anche partire in contropiede». Sì, ha detto contropiede. Impunemente, al centro tra Sacchi e Guardiola.

La complessità e l’essere inclusivo

È la complessità la cifra di Ancelotti. Assiema alla consapevolezza. Invitato a uno straordinario consesso di maestri di calcio, lui che nasce in quella scuola, che rifiutò Baggio Roberto e spinse all’addio Zola Gianfranco, si consente il lusso di mostrare i segni che il tempo e le esperienze hanno lasciato su di lui, sulle proprie idee. Che ovviamente non sono di un calcio catenaccio e contropiede. Ma, com’è nella sua natura, tende a essere inclusivo. Non c’è un solo modo di giocare. Non c’è persona più lontana di lui da un concetto come quello di integralismo. Così come dall’idea di essere un tormentato. Anche a Trento Ancelotti ha ricordato colui il quale può essere definito – non si offenda Arrigo – il maestro che probabilmente più ha influito su di lui: Nils Liedholm un pozzo di saggezza non solo calcistica.

Due scarpate e Hagi ha capito

Quando si evoca la finale di Coppa dei Campioni del 1989, contro la Steaua, Sacchi ricorda che i romeni avevano individuato in Ancelotti il punto debole dei rossoneri. E avevano piazzato Hagi dalle sue parti. Carletto racconta come andò: «Avevano individuato in meno il punto debole. Ma ad Hagi diedi subito due scarpate e si è calmato». Per poi aggiungere: «A proposito di bellezza». E qui si aprirebbe un ampio capitolo sul Milan di Sacchi. Squadra che menava come poche. Un dettaglio che via via è scomparso nella narrazione di quella squadra stratosferica. Ancelotti non mandava a dirle, nemmeno Baresi se è per questo. E non erano i soli. Qualche settimana fa abbiamo notato, qui sul Napolista, come il Napoli di quest’anno si faccia sentire  decisamente di più in campo rispetto a quello dell’ultimo quinquennio.

Torniamo a Trento e al finale in cui Arrigo Sacchi di fatto sancisce la distanza ideologica – ma non affettiva, lo definisce «un grande, un grande veramente» – con l’ex prediletto. «Carlo è una persona che ti ispira fiducia, è molto intelligente. A volte non ha l’ossessione…». Qui si ferma, cerca le parole giuste, il giornalista della Gazzetta prova a dire: “l’ossessione che avevi tu e Arrigo riprende: «Non solo io, tutti quelli che cercano di andare oltre se stessi. Pep ha questa ossessione, la ricerca sempre del perfezionismo». La citazione di Dalì e poi la chiosa: «Sono due persone bravissime, intelligenti, che fanno bene al calcio e io mi auguro che tante altre persone possano avere questi valori».

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