Mourinho è un uomo solo, Ancelotti non lo sarà mai

È un italiano nel senso migliore del termine. Il suo rapporto col figlio è il familismo morale di quest’uomo profondo eppure contemporaneo

Mourinho è un uomo solo, Ancelotti non lo sarà mai

Un uomo tranquillo

Un anno si avvia alla conclusione e come sempre arriva il tempo delle riflessioni. Ci preoccupiamo per i nostri figli, per la nostra angariata terra, per il lavoro. Ecco, preoccupiamoci pure, ma senza angoscia. Per  la città, per il futuro, preoccupiamoci. Non per questo Napoli. È in buone mani. Lo si evince da come l’uomo taglia la pizza, da come la piega e poi sorride. E canta ‘O surdato nnammurato, canto – ricordiamolo – di un soldato che sogna di tornare a casa, in quanto tale canto osteggiato dai militaristi. Il tutto senza apparire ipocrita o ruffiano.

Ancelotti è “un uomo tranquillo”. Come il Sean Thornton/John Wayne dell’omonimo film di John Ford  in terra di Irlanda. Ma è un italiano, è un uomo del meridione migliore, anche se dice di no, dice di essere del nord d’Italia, sennonché l’Italia è tutta sud.

Abbiamo visto come, per certi versi sorprendentemente, Pep Guardiola ha difeso José Mourinho all’indomani del divorzio dal Man United. Pep è uno che recita spesso e volentieri, non è questo il caso. Lucidamente , mette il coltello nella piaga. Mou non è tanto un uomo di un calcio antico spiazzato dai guardiolismi e dai sarrismi, anche se assomiglia sempre di più a un vecchio attore di western, un Clint Eastwood, quello de “Gli Spietati”: è invece un uomo solo. Non v’è motivo di dubitare della sincerità di Guardiola quando sostiene che “Noi allenatori siamo lasciati soli”. Solleva un tema serio che riguarda, volendo, tutti i professionisti.

Il familismo morale

Carlo elabora e fornisce una risposta diversa a questa solitudine. Di più: non può dirsi un uomo davvero solo, anche se come tutti i più grandi vive le sue sfide unicamente con sé stesso. Che non sia e non voglia essere solo, lo si vede da come sorride, da come smussa ma sa alla bisogna essere tagliente, senza mai però dichiarare guerre sante, ancora compattando, convertendo, egemonizzando (ad esempio, sul tema del razzismo). Lo si capisce anche da chi ha voluto lo seguisse e lo assistesse in panchina, dopo il Real, anche in questa nuova avventura all’ombra del Vesuvio. E tra le immagini più belle di quest’anno ci sono quelle di un padre e di un figlio, della loro intesa a bordo campo. La risposta di Ancelotti alla solitudine degli allenatori è tutta meridionale, è il familismo ma morale, è il senso di comunità che sa trasmettere quest’uomo profondo ma modernissimo, come del resto solo chi è antichissimo può essere.

Dall’inizio della stagione ho invocato che non si fondasse un altro partito, un partito ancelottiano, siamo già stati avvelenati da tanti “ismi”. Non fanno bene in nessun luogo del mondo, qui, poi, sono devastanti. E come scrive Angelo Carotenuto a proposito del sarrismo, entrato nel vocabolario della lingua italiana della Treccani, “quando un uomo si trasforma in un sostantivo, l’affare si complica”.

La narrazione di Napoli

La narrazione di Napoli oscilla oggi tra due poli, lo abbiamo scritto più volte ed in diverse salse, da un lato la città violenta e senza speranza di Gomorra, dall’altro i buoni sentimenti. Egualmente, si affrontano – ma è discorso in fondo vecchio – due concezioni opposte ma entrambe prodotti di elites borghesi assai lontane dalla realtà, lo abbiamo riscontrato anche in tempi recentissimi, col sarrismo, che si posizionava contro i sostenitori della Napoli che deve stare dentro l’occidente, deve essere normale, e dalla parte di chi ha legittimamente e pasolinianamente a cuore l’anima più sanguigna e di popolo, e con essa una differenza, ma rischiando di fare del vessillo del “bel gioco” la terza componente di una sacra trimurti sanfedista, con la ferrovia Napoli–Portici e il bidet, nel nome di un diritto al risarcimento rivolto più che verso l’esterno contro una sorta di nemico interno, che ora è l’imprenditore di Roma.

La disputa rischia di essere tediosa se non altro perché entrambi le fazioni hanno torto: di Napoli si può parlare solo come di un ponte tra mondi distanti, una terra di mezzo, e se la pretesa giacobino-normalizzatrice, mancando di fare i conti con le sue ripetute sconfitte storiche, vorrebbe fare a meno del popolo, i “differenzialisti” bordeggiano e a volte oltrepassano il grottesco con un intollerabile sovrappiù, uno sfoggio di identità che spesso è insopportabile ruffianeria e autocompiacimento, sempre è espressione di chi l’identità l’ha perduta (analogamente, i populismi odierni sono null’altro che una parodia del popolo).

La pacatezza dell’uomo, invece, smussa, imprime svolte e cambiamenti profondi non ascrivibili ad una ideologia e neppure ad una tendenza precisa perché hanno a che fare con una dimensione che si pone probabilmente fuori dal tempo, con leggi eterne.

Ancelotti è un italiano nel senso migliore del termine. Viene in mente un artista come Bruce Springsteen quando si mette a nudo nello splendido documentario “Springsteen On Broadway” che, non a caso, si chiude con un Padre Nostro. La Bibbia è presente in tre grandi autori amati dal Boss, Flannery O’Connor, Cormac McCarthy e John Steinbeck ma qui è soprattutto l’italianità a esercitare un ruolo e Bruce cita perfino “Il padrino”: “with Catholics there’s no getting out”. La sua preghiera è per un mondo che è scomparso, forse è il suo urlo di dolore perché la casa dove si è cresciuti non esiste più, il padre è andato via (e anche il rock, come l’occidente, senza padri, senza l’antagonismo coi padri, non ha più granché senso), sicché le stesse idee di comunità e di città (di democrazia?) si svuotano.

Ecco perché sono importanti quelle immagini di Ancelotti con il figlio Davide. Ecco perché altrettanto importante è il richiamo alla necessità delle gerarchie, per un rigore da battere o altro, poco importa. Che non collidono affatto con la cosiddetta meritocrazia, con la consapevolezza che in ogni comunità – ci mancherebbe altro – ci sono odi, rancori, rivalità da governare e che si deve anche prendere atto che ci sono cicli che fisiologicamente si chiudono, che una comunità ha da essere mobile per essere davvero viva e vitale.

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