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È una serie A trasformata

Si può azzardare un primo bilancio sullo spettacolo che sta offrendo la Serie A e la sensazione è che sia in atto una trasformazione, sotto molti punti di vista

È una serie A trasformata
Db Genova 29/08/2021 - campionato di calcio serie A / Genoa-Napoli / foto Daniele Buffa/Image Sport nella foto: Luciano Spalletti

Le statistiche di Transfermarkt dicono che l’età media dei giocatori della serie A è ben due anni più alta di quella della stagione scorsa (26,6 anni contro 24,4). Un dato significativo, dovuto in larga parte alla crisi economica del calcio italiano che ha portato ad un mercato povero, fatto di conferme, cessioni e pochi acquisti, la maggior parte dei quali non giovanissimi. Non è stata una scelta, ovviamente, ma il risultato sembra essere una presa d’atto collettiva di quello che fino a poco tempo fa si considerava il campionato più bello e importante d’Europa. Non lo siamo più da molto, in realtà. Lo provano i risultati scadenti in Europa. L’ultima italiana a vincere la Champions è stata l’Inter di Mourinho, 11 anni fa, mentre l’Europa League manca addirittura dalla vittoria del Parma del 1999. Oggi siamo il campionato in cui la squadra campione d’Italia vende Lukaku (28) e lo sostituisce con Dzeko (35), e ha in porta un giocatore di 37 anni; il campionato in cui la squadra economicamente più forte è costretta a prendere Locatelli (non Gerrard) con una formula che pare più adatta alle televendite di materassi che ad un business degno di questo nome.
La nuova dimensione della Serie A sembra essere sugellata dal ritorno in panchina di un poker d’assi d’annata. Allegri, Mourinho, Sarri e Spalletti sono tornati e il loro impatto si vede, è forte. Mou ha perso l’approccio guascone, Sarri ha rinunciato ai toni rivoluzionari (anche perché difficilmente conciliabili con le scelte fatte), Spalletti parla come chi sa di avere più passato dietro le spalle che futuro davanti e Allegri, il più giovane dei quattro, dispensa verità sui suoi giocatori come un anziano professore che non ha più niente da perdere farebbe con i suoi allievi.

Meno glamour da parte di Dazn (e Amazon)

È la novità più eclatante di quest’anno. Il passaggio dalla TV allo Streaming, il cambio di palinsesto e di approccio. Se non fosse per il problemino che le partite non si vedono, ci sarebbe da festeggiare.
Dazn ha cambiato molto rispetto a Sky. C’è meno euforia, meno sensazionalismo. Anche meno voglia di polemica. Sono passati 4 anni da quando Caressa, Bergomi, Mauro, Vialli e Leonardo discutevano (sul serio) se Dybala fosse più forte di Messi. Sembra passato un secolo da quella narrazione distopica e juvecentrica che di certo non ha contribuito ad alimentare un dibattito sano sullo stato dell’arte. Ieri se n’è accorto anche Mourinho che nel dopo derby, mentre cercava di polemizzare su un mancato rigore, ha dovuto ammettere “certo che il calcio italiano è cambiato, io sto qui a parlare dell’arbitraggio e voi mi chiedete di parlare di calcio”. Quasi contemporaneamente Sarri, interrogato sulla differenza con la Premier League, ammetteva che siamo su due pianeti diversi, tanto è profondo il divario. Non a caso veniva da una vittoria per 3-2 ottenuta con tre gol in contropiede.
Anche la Champions trasmessa da Amazon ha indossato un vestito più sobrio, con un post partita minimal e molto tecnico, nessuno spazio per gossip e polemiche (e rispetto a Dazn si vedeva pure).

Var assimilata

Sembra finalmente che la serie A abbia interiorizzato l’utilizzo della VAR. Salvo qualche sporadica doglianza, si sono finalmente spente le polemiche sull’utilizzo della tecnologia. L’Aia ha aggiustato il metro di arbitraggio e ha smesso di concedere rigori per falli di mano ridicoli e persino il lasso di tempo, talvolta un po’ troppo lungo, che intercorre tra la segnatura di una marcatura e la sua convalida viene vissuto con tranquillità. Gli alfieri di “non si interrompe così un’emozione” paiono rassegnati all’evidenza che un gol regolare è più sano e sportivo di un ingiusto balletto immediato e che l’errore arbitrale, che per tanti anni è stato considerato parte essenziale del giuoco del calcio, poteva essere in realtà mitigato e marginalizzato (non eliminato) davvero con poco. Resta da convincere qualche immarcescibile calciatore esponente della sceneggiata. Gente tipo Cuadrado, che si tuffa e, soprattutto, rantola e rotola a terra per interi minuti senza essere stato nemmeno sfiorato. Forse la nuova Serie A troverà gli anticorpi anche contro questo virus. Potrebbero cominciare gli allenatori, stigmatizzando questi comportamenti oppure gli arbitri, ammonendoli. Chissà.

Le società contro il razzismo?

È passata un po’ in sordina la notizia della identificazione del tifoso juventino che ha insultato in maniera ignobile il portiere del Milan, filmando il tutto e diffondendolo in rete. La notizia, purtroppo, non è certo il razzismo, che imperversa nei nostri stadi da sempre. La notizia è che qualcuno (Milan e forse addirittura la Juventus) si è mosso per cercare il responsabile e prendere provvedimenti.
Solo due anni fa Carlo Ancelotti sembrava un alieno. Parlava del razzismo come una piaga, di intervento delle società, di arbitri che dovrebbero sospendere le partite. Non si accodava all’andazzo dei vari “è una minoranza”, “non ho sentito”, “non dobbiamo dargli importanza” che da sempre accompagnavano gli episodi, anche gravissimi, di razzismo. Oggi, forse, qualcosa è cambiato. È stato infatti il Milan a darsi da fare per non lasciare impunito l’ennesimo schifo a margine di una partita. Certo, è accaduto finora solo una volta. Certo, è stata un’azione a tutela di un proprio tesserato e non sappiamo se i rossoneri avrebbero fatto lo stesso con un loro sostenitore. Ma è un inizio. È la dimostrazione che qualcosa si poteva fare e che, forse, ora si farà. Le parole dell’amministratore delegato del Milan, Gazidis (ex Arsenal), sono state nette e inedite per il calcio italiano.

«E’ un nostro impegno morale denunciare ogni forma di discriminazione che coinvolga il nostro club, che non possiamo e dobbiamo ignorare».

La lotta al razzismo non era mai stata vista come un dovere morale. Mi piace pensare che questo sia l’inizio di una nuova consapevolezza.

Il Napoli di Spalletti

Proprio gli azzurri sembrano incarnare al meglio il nuovo spirito della Serie A. Partito senza il favore dei pronostici e con lo scetticismo della piazza (un po’ per la conclusione dello scorso campionato, un po’ per la sfiducia nei confronti del nuovo mister e un po’, incredibilmente, per l’esonero di Gattuso), il Napoli ha inanellato 6 vittorie consecutive e una bella prestazione in Europa League. Siamo all’inizio e sarà il tempo a dire se la squadra di Spalletti sarà in grado di rimanere protagonista fino alla fine del campionato, ma intanto possiamo notare alcune cose. Il Napoli ha più o meno la stessa squadra dell’anno scorso (con il passo in avanti notevole fatto dall’aver preso Anguissa in luogo di Bakayoko), ma scende in campo in maniera del tutto diversa. Non parlo di moduli e statistiche (per il quale rimando al sempre perfetto Fasano che parla di Napoli Transformer), parlo di testa, di atteggiamento, di calma. L’anno scorso di questi tempi teneva banco la (s)vendita di Milik, per mancato rinnovo. Insigne oggi è nelle stesse condizioni, potrebbe firmare per un’altra squadra a gennaio. Ma non se ne parla. Non lo fa lui, non lo fa il Presidente e men che meno lo fa l’allenatore. Delle sette partite giocate finora, alcune sono cominciate male, con lo svantaggio (addirittura doppio) o con un’espulsione e un rigore sbagliato. Il Napoli non ha mai perso la testa e la sensazione è che il merito sia di Lucianone, che occupa con intelligenza e tanta sapienza una panchina da cui l’anno scorso si udiva solo una incessante e martellante telecronaca/invocazione. Più calmo addirittura del leader calmo, Spalletti parla un linguaggio di sport e di verità. Parla di lavoro, di miglioramenti, di spirito, di giocatori che devono entrare in campo con la mentalità da titolari anche se giocano 3 minuti. Parla di “condominio” per avvertire tutti che la vetta della classifica è precaria, che le pretendenti sono tante e il Napoli non è di certo quella che ha più possibilità. Anche in questo la Serie A è trasformata, dopo il novennale noioso strapotere juventino, i giochi sono aperti. Il nostro non è più il campionato più bello, attrattivo ed importante d’Europa. Ma forse può tornare ad essere divertente. Non sarebbe poco.

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