Ancelotti e il Canto di Natale (che non c’è stato)

Milano è stata un’occasione persa non solo per il calcio italiano ma anche per chi ha una strategia per cambiarlo

Ancelotti e il Canto di Natale (che non c’è stato)

Le tre partite che avrei risparmiato ai miei figli

“Le guerre negli stadi sono guerre di corpi in trappola che finiscono per perfezionare la trappola” (Renato Curcio, dal Guerin Sportivo del 26 gennaio 1986)

“Dovrò crescere e diventare uomo” (Giacinto Facchetti a un intervistatore che gli chiedeva cosa avrebbe fatto dopo il calciatore)

La visione di tre partite, da tifoso e padre, avrei risparmiato ai miei figli: Udinese-Napoli, 3 aprile 2016, quella con l’Higuain fantozziano, isterico e chiagnazzaro che veniva scambiato a Napoli per una sorta di eroe neoborbonico mentre pochi mesi dopo sarebbe passato col “nemico”; Fiorentina-Napoli, 28 aprile 2018, come si disse, “persa in albergo”, e Inter-Napoli di ieri. Invece, non risparmierei loro per nulla al mondo la lettura de “Il Canto di Natale” di Charles Dickens, non solo un classico della letteratura che ha ispirato il Paperone di Disney (Scrooge) ma un invito a cambiare dentro rivolto ai giovani e una critica radicale ad una società in cui la logica del profitto si impossessa dell’anima degli uomini prima ancora che dei meccanismi dell’economia. Peccato sia solo una favola, è vero, come tante cose quotidianamente si incaricano di ribadirci, giacché anche la critica di cui era portatrice, di questi tempi, non è più di moda oppure è degradata nell’inutile e rancoroso indignarsi di più di un ventennio (volendo ci si può mettere dentro anche l’ostilità all’imprenditore De Laurentiis). Ma anche le favole servono.

Della giornata di ieri è stato detto su queste pagine. Ora giungono le notizie più drammatiche, la morte di un tifoso interista, pare, con precedenti di Daspo e partecipe di un agguato in danno di tifosi del Napoli (addirittura, autori di questo agguato, tre gruppi di ultras, interisti, varesini e nizzardi). Voglio appuntare invece la mia attenzione su ciò che subito dopo il match – sia detto en passant, giocato pessimamente dal Napoli – mi ha colpito. Perché è giusto darne conto in un momento in cui più del calcio giocato contano le uscite mediatiche, e in queste ore ne abbiamo avute tante, da Aurelio De Laurentiis ad Allegri, e la stessa battaglia di Ancelotti sulla necessità di un tifo nuovo è fatta di comunicazione, prese di posizione.

Il conformismo italico

Il salotto Sky nel dopo partita è, allora, davvero il salotto del conformismo italico che frena ogni riforma. Non tanto perché immediatamente decreta come giuste le espulsioni. Io sono sostanzialmente d’accordo, peraltro, e ho trovato Mazzoleni ineccepibile su questo. Ha fatto bene ad espellere Koulibaly per l’inammissibile applauso. E anche l’altro rosso ci poteva stare. Dimentica, però, il suddetto insopportabile salottino (spiace per Pirlo, un simbolo del calcio italiano), che Mazzoleni avrebbe dovuto sospendere la partita per gli ululati, perché c’erano stati già diversi richiami e segnalazioni. I cori stupidi, stantii peraltro, passano per il salottino in secondo piano. E così, anziché parlare di questi o della partita, ci si affretta a mandare in onda l’intervista di Allegri con le sue gratuite lezioni di morale ed eleganza, cui il salottino benpensante aderisce lanciando con Caressa l’idea di una “moratoria” (che cazzo vorrà dire?).

Ora, sorvolando sulle inchieste di Report e i pezzi di Ruotolo su questa testata, lasciando perdere che uno che non prende posizione su questo e non sente i cori razzisti allo stadio davvero non può dare lezioni a nessuno, prendiamo atto di una cosa. E lo facciamo accantonando anche il salottino che, per inciso, ricorda a un certo punto la figura di Scirea nello speciale dedicatogli da Buffa, e dirà degli ululati contro Koulibaly solo dopo l’intervista ad Ancelotti, mentre degli scontri mortali quasi niente per parecchi minuti (erano avvenuti prima della partita). Prendiamo atto di un fatto, dicevo: ieri non è stata solo l’ennesima manifestazione del “calcio-italiano-di-merda” di rafaelita memoria ma anche una battuta d’arresto del tentativo di cambiarlo e di una strategia, una sconfitta, dunque, del Napoli e di Ancelotti.

Questo è. Inutile lamentarsi più di tanto, perdita di tempo spiegare anche al tifoso “colto” del nord, che segue il salottino e ha pianto per Scirea/Buffa e che solitamente sguazza nella politically correctness ma poi, per tifo, perché juventino, interista o semplicemente antinapoletano, sminuisce i cori razzisti, li derubrica a mera idiozia (perché anche l’Inter avrebbe dei giocatori di colore), come se questa “idiozia” non fosse velenosa (sono anch’io, peraltro, dell’avviso che tirare in ballo il razzismo sia fuori luogo, non c’entra niente Evola, non c’entra niente il conte De Gobineau, per quanto il razzismo sia schifoso e orripilante, siamo di fronte ad altro, altrettanto merdoso, e forse sarebbe d’uopo tirar fuori un vecchio pezzo sulla crisi delle ideologie politiche che Renato Curcio scrisse per il Guerin Sportivo, direttore Italo Cucci, riattualizzandolo, spurgandolo da eccessi marxistici).

Un’occasione persa

In primo luogo, va sottolineato, i calciatori del Napoli hanno vissuto un altro, l’ennesimo, crollo psicologico e sono caduti nella trappola come sprovveduti, anzi, peggio, perché non c’era alcuna trappola. E, siamo seri, anche la reazione di KK ha poco a che vedere con gli orridi intollerabili buuuuu, che a un gigante come lui scivolano o dovrebbero scivolare addosso. È una squadra di bravi ragazzi, lo abbiamo scritto. Troppo bravi e troppo buoni, c’entra l’ambiente, c’entrano fattori caratteriali dei singoli. “Buoni” anche quando fanno i cattivi (Insigne). Cambierà. Prima o poi.

Ma ciò che è più grave, per chi scrive, è altro. Ancelotti, uomo non estraneo al sistema ma non appiattito sullo stesso, aveva lanciato una sfida importante, culturale, riformatrice per certi versi, che aveva sortito effetti a Bergamo e che avrebbe dovuto essere condotta con coerenza, determinazione, coraggio, facendo prevalere le idee sull’interesse e anche sulla pavidità di tanti. Sarebbe stato il suo “Canto di Natale”, ieri, ricordare a tutti che una storia come quella dell’Internazionale e di Giacinto Facchetti non meritava quello spettacolo indegno sugli spalti (e, peggio ancora, fuori, anche se non lo si sapeva ancora). Non prima di aver chiesto la sospensione del match e, al probabile diniego della richiesta, di aver ritirato la squadra dal campo. Oggi, accanto alla notizia tremenda di un’altra morte, avremmo una prospettiva, la visione di un’alternativa alla merda, anziché l’ipocrisia del paventato stop al campionato. Che sciacqua le coscienze di chi è dentro fino al collo nella realtà di un gioco e di un paese. Che, più che i disperati che abitano le curve, porta in trionfo nel calcio gli Ebenezer Scrooge, coi loro media, le loro connivenze. Lo si dica senza alcuna avversione per gli aspetti mercantilistici dello sport moderno, che però ha bisogno di uomini di valore, antichi e moderni insieme, come, ne siamo certi, è Carlo Ancelotti.

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