Dopo la rosa corta e il 4-3-3, Ancelotti smonta anche la distanza calcistica da Allegri

In quaranta giorni, come se nulla fosse, ha stravolto il Napoli nel campo e fuori. L’ultimo tassello sono state le parole sull’allenatore juventino

Dopo la rosa corta e il 4-3-3, Ancelotti smonta anche la distanza calcistica da Allegri

Un’impalcatura che sembrava inamovibile

E meno male che era venuto dare una regolata al cycler. In quaranta giorni, ci regoliamo in base all’inizio del campionato, Carlo Ancelotti ha smontato un’impalcatura che sembrava inamovibile. Lo ha fatto a modo suo, alla tenente Colombo, come se nulla fosse; ma lo ha fatto. Dissimulando, facendo passare cambiamenti epocali per inezie talvolta persino casuali. Come quando dopo aver abbandonato il 4-3-3 e aver appena vinto la partita con la Fiorentina col 4-4-2 e Insigne seconda punta, disse: «Lo abbiamo provato venti minuti». A ciascuno la libertà di crederci. Noi siamo scettici.

Oggi Ancelotti ha in qualche modo confessato che in quei quindici giorni è successo qualcosa. Che il Napoli è cambiato dopo la sconfitta di Genova e che determinante è stata l’autocritica dei calciatori che quindi – è una nostra deduzione – si sono mostrati disponibili al cambiamento.

Il totem del 4-3-3

Il 4-3-3 sembrava un totem. Come se il Napoli non potesse giocare in altro modo. Ancelotti ha dimostrato che un altro calcio è possibile. E ha rimarcato il suo pensiero quando ha detto che nelle ultime due partite si è vista la squadra che piace a lui. Il cambio di sistema di gioco ha avuto ripercussioni evidenti sulla tenuta difensiva: sei gol subiti nelle prime tre partite di campionato; uno, e su rigore, nelle successive tre.

Con lui quindici calciatori con più di 200 minuti giocati

Ancelotti ha cambiato senza fare proclami. Né impartire lezioni. Lo ha fatto anche per quel che riguarda la gestione della rosa. In un mese ha smontato la principale polemica dello scorso anno, quella relativa alla presunta rosa corta. Anche in questo caso, l’allenatore di Reggiolo ha semplicemente fatto parlare il campo. La rosa è fondamentalmente quella dello scorso anno: Fabian Ruiz per Jorginho, Malcuit per Maggio, Luperto lo ha voluto lui, e Verdi al posto di Giaccherini.

In sette partite, li ha fatti giocare tutti. In venti sono partiti da titolare. Il Napoli è l’unica squadra di vertice – e probabilmente l’unica del campionato – ad avere quindici giocatori con più di duecento minuti giocati. Non smette di elogiare la profondità della rosa. Due sono rimasti i titolarissimi superstiti: Insigne e Koulibaly, solo loro sono partiti titolari in tutte le partite. Saranno loro due i calciatori che Ancelotti ha individuato e scelto come leader di questa squadra.

La praticità

Oggi in conferenza stampa, alla vigilia di Juventus-Napoli, Ancelotti ha smontato un altro architrave: la rivalità con Allegri. E, aggiungiamo, la distanza calcistica da Allegri. Che a Napoli, e non solo, è considerato una sorta di anticalcio, un allenatore fondamentalmente inadeguato. Uno che ha vinto quattro campionato consecutivi, ha giocato due finali di Champions e ha subito due eliminazioni – entrambe all’ultimo minuto – da Bayern Monaco e Real Madrid. Purtroppo viviamo tempi difficili e ci tocca ascoltare anche queste cose, pronunciate persino con arroganza.

Ancelotti, che viene da una scuola calcisticamente diversa, che è stato il primo allievo di Arrigo Sacchi, che si è formato alla cattedra di Nils Liedholm (uno di calcio qualcosa capiva, appena appena), oggi ha avuto – ricambiato – parole dolci per il tecnico della Juventus. E ha riconosciuto due elementi di sé che rivede in Allegri: la praticità – termine che ha usato spesso in conferenza stampa – e la capacità di adattare il proprio gioco ai calciatori che ha a disposizione. Lui l’ha detta così: «la conoscenza di un calcio legato alle caratteristiche dei giocatori che hai». Ha parlato di stima reciproca tra i due e ha speso parole d’elogio per Max definendolo “un grande allenatore, esperto e pratico”.

Dal 4-3-3 alla rosa corta, alla distanza con Allegri. La rivoluzione silenziosa, oppure chiamatela come volete. Di certo in quaranta giorni il Napoli ha assunto una forma completamente diversa da quella dei tre anni precedenti. Senza proclami e sempre col sorriso sulla bocca. Come se nulla fosse successo. Con la sola concessione della battuta di oggi a fine conferenza stampa sulla disabitudine dei giornalisti a indovinare la formazione (perché reduci da tre anni di titolarissimi; anche se lui la parola non l’ha pronunciata, si è limitato a un gesto con le mani per indicare “sempre la stessa cosa”).

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