“Ancelotti se era ancora Ancelotti, veniva a Napoli?”. Noi, prigionieri dell’abisso di inferiorità

Siamo noi i principali nemici di noi stessi. Pronti a distruggere tutto quel che di buono abbiamo. L’unico a rischiare veramente è l’allenatore italiano che ha vinto di più

“Ancelotti se era ancora Ancelotti, veniva a Napoli?”. Noi, prigionieri dell’abisso di inferiorità

“È venuto per sistemare il figlio”

È finita con la vittoria del pensionato, dell’uomo che è venuto a Napoli per sistemare il figlio e il genero. Carlo Ancelotti l’allenatore italiano contemporaneo che ha vinto più di tutti per distacco, trattato come l’ultimo dei competenti di calcio. Da buona parte della tifoseria napoletana, ma anche dal giornalismo italiano che ormai non si capisce più come ragioni. Gliene hanno dette anche di peggiori, ma non abbiamo il coraggio di riferirle. Ci vergogniamo noi per chi le ha pronunciate.

“Se avessi pensato di venire a Napoli senza migliorarlo, sarei rimasto a casa”

Ha detto così in tv al termine della vittoria per 2-1 sulla Lazio. È incredibile come a Napoli non valgano i punti di riferimento del resto del mondo. Persino le persone più avvedute, nei giorni scorsi, parlavano di squadra slabbrata, di preoccupazione. Il tutto per due amichevoli perdute. Ma, fondamentalmente, perché persino nel più coscienzioso e ragionevole degli appassionati, si è insinuato il sospetto di chi è cronicamente affetto da complessi di inferiorità: “se non c’è sotto qualche inghippo, Ancelotti sarebbe venuto a Napoli?”. È il pensiero dominante come nota Vittorio Zambardino uno che conosce perfettamente Napoli, ce l’ha nei polpastrelli.

Siamo noi i nemici di noi stessi, non i media del Nord

Spesso critichiamo la stampa (intesa come media) del Nord – che poi è una tautologia, la stampa è solo del Nord, i media sono solo del Nord, e quei pochi megafoni napoletani sono genuflessi alla visione dell’avversario -, dovremmo invece serenamente ammettere che è innanzitutto Napoli a non riconoscere il proprio valore. È innanzitutto Napoli il principale nemico di sé stesso. Siamo pronti a gettare tutto quel che al Nord ci invidiano, da un giorno all’altro, senza renderci conto di quel che abbiamo davanti agli occhi. Del resto, i presunti opinion leader calcistici sono i fondatori del papponismo. Per avere consenso, a Napoli, devi sputare su quel che hai.

L’idea che questa squadra non fosse all’altezza, era (ed è) profondamente radicata nell’ambiente. Al punto che i dissenzienti – e tra questi ci siamo noi del Napolista – vengono tacitati con l’ignominiosa calunnia di essere al soldo di De Laurentiis. Non colpisce tanto la calunnia, colpisce l’approccio mentale. Per loro non c’è via d’uscita, non la vedono, non ci arrivano: il Napoli non è all’altezza, e poco importa se a dire il contrario è un certo Carlo Ancelotti. Si capisce, lui lo fa esclusivamente per interesse personale o familistico. Del resto, si applica agli altri il proprio cortocircuito mentale. Non citiamo Protagora, tanto avete capito.

Il concetto che i 91 punti sono merito solo di Sarri

È realmente passato il concetto che il Napoli dell’ultimo anno è stato merito esclusivo dell’allenatore che avrebbe fritto il pesce con l’acqua. Innanzitutto andrebbe ricordato che il Napoli è il Napoli da almeno otto anni, ma sarebbe tempo e fiato sprecato. Che Sarri, per quanto sia stato e sia un bravissimo allenatore, nulla avrebbe potuto con una squadra non all’altezza. Come ha dimostrato a Empoli e come ha spiegato un sarrita doc come Alfonso Fasano.

La partita contro la Lazio

In questo clima da ultima spiaggia (ed eravamo alla prima giornata di campionato!!) il Napoli ha battuto la Lazio, a Roma. Lo ha fatto giocando una partita attenta, la squadra è sempre stata mentalmente nel match. Non si è scomposta dopo aver subito il gol di Immobile. Ha macinato il suo gioco. E ha segnato tre volte (uno è stato annullato), due con Milik il centravanti tanto discusso. Ha rischiato molto poco. Di fatto, la Lazio è stata pericolosa tre volte in novante minuti: col gol di Immobile e con due calci d’angolo. Una volta la palla ha pericolosamente attraversato l’area piccola, un’altra ci ha pensato il palo a salvarci dalla deviazione di Acerbi sul primo palo. Ancelotti dovrà lavorare sulla fase difensiva per i calci piazzati.

Il resto è stato Napoli. Con Allan gladiatorio, quasi con i calzettoni abbassati alla Salvatore Bagni e autore di un grido liberatorio quando nel finale ha fermato Immobile. Con Zielinski che non avevamo mai visto così nel vivo del gioco azzurro: Piotr si è sempre reso protagonista a sprazzi, ieri ha giocato per e con la squadra. Con Hysaj e Mario Rui che, con Koulibaly, hanno toccato più palloni di tutti. Perché con Ancelotti il Napoli esprime gioco sulle fasce, i terzini hanno un ruolo fondamentale.

Adelante Carletto, poi ti seguiranno. Quando non rischieranno più niente

È stupefacente l’approccio scettico della tifoseria nei confronti dell’uomo che ha vinto ovunque nel mondo e che ieri sera ha stupito anche per alcuni gesti fuori dal campo: il saluto all’ingresso all’arbitro Banti, l’abbraccio col figlio Davide e la rincorsa al fischio finale per stringere la mano a Simone Inzaghi. Un atteggiamento così poco italiano. Lui, Carletto, quello che ha vinto tutto, è l’uomo che ci crede più di tutti. Ha stretto il pugnetto quando Insigne ha tirato sotto l’incrocio. Del resto, quando vinse la Decima al Real Madrid – una coppetta, che volete che sia – tenne una conferenza stampa come se avesse battuto il Poggibonsi.

È l’uomo che rischia di più. Perché bisogna avere i cosiddetti per mettere la faccia su una squadra che ha totalizzato 91 punti e viene considerata dal mondo intero come impossibile da migliorare. Bisogna essere un numero uno per avere il coraggio di farlo. E Napoli, così come il giornalismo italiano, non è abituata né ai numeri uno né alle scommesse. Adelante Carletto, poi ti seguiranno. Quando non rischieranno più niente.

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