Io, sostenitore di Sarri, non comprendo lo scetticismo attorno al nuovo Napoli

Il Napoli ha una squadra di talento, che è andata oltre le sue qualità grazie al gioco. È sbagliato, però, pensare che non ci sia vita oltre Sarri.

Io, sostenitore di Sarri, non comprendo lo scetticismo attorno al nuovo Napoli

Le griglie dei giornali

Sono rimasto molto colpito, questa mattina, dalla consueta rassegna stampa che preparo per Il Napolista. Secondo i quotidiani italiani, il Napoli è sicuramente dietro Inter e Juventus, per alcuni commentatori finisce anche alle spalle della Roma e del Milan. Merito/colpa del calciomercato, del fatto che la società di De Laurentiis ha optato per una sessione di trasferimenti conservativa mentre tutte le altre hanno lavorato molto in entrata o in uscita. E perché l’allenatore non è più Maurizio Sarri.

Il clima di sfiducia intorno al Napoli è lo stesso che si respira all’interno dell’ambiente-Napoli. Al di là delle contestazioni strumentali sulla gestione-De Laurentiis, è molto comune il racconto sul Napoli indebolito dalla partenza dal cambio in panchina, dall’arrivo di un nuovo tecnico come alla guida dello stesso organico gestito dal suo predecessore. Tra gli articoli di cui parlavo sopra, quello di Luigi Garlando – sulla Gazzetta – è quello che rispecchia di più questa corrente di pensiero. Riporto alcune frasi per dare sostegno al mio ragionamento:

Il Napoli di Sarri era forte perché si sentiva forte. Educato a tenere il pallone tra i piedi, alla fine si è convinto di poterlo fare anche nel salotto buono della Juve e lo ha violato con una vittoria quasi da scudetto. Restituire il pallone agli avversari, per seguire il nuovo credo tattico, comporta un dimagrimento di autostima. Per intercettarlo, De Laurentiis, con l’aiuto dell’appeal di Ancelotti, avrebbe dovuto arruolare stelle di luce superiore a Verdi; doveva farsi forte con i giocatori avendo perso la forza del gioco. Così non è stato.

Nell’estate di CR7 l’ambiente napoletano si è avvilito, senza il conforto delle amichevoli estive. Anzi… Ancelotti è un patriarca e sa come venirne fuori, ma servirà tempo e l’asticella da saltare è molto alta.

Quanto vale la forza del gioco

Nella redazione del Napolista, un piccolo microcosmo di posizioni tecniche e politiche (molto) divergenti sul mondo del calcio, io sono “il sarrista”. Ho intervistato i gestori della pagina “Sarrismo – Gioia e Rivoluzione”, ho sempre pensato e sostenuto (e scritto) che l’approccio al gioco di Maurizio Sarri permettesse al Napoli di colmare alcuni gap strutturali, sono un sostenitore del gioco di posizione, del calcio come sviluppo di un’idea, insomma posso essere considerato un fan dell’ex allenatore azzurro.

Ebbene, nonostante questa posizione non mi sento di condividere neanche lontanamente il pensiero di Garlando. Un pensiero che veicola le idee di una buona fetta di tifoseria partenopea. Per un motivo molto semplice, che proprio Sarri ha contribuito a spiegare: il lavoro sul campo funziona, può funzionare. Può permettere ad una squadra di ampliare le proprie conoscenze e di migliorare il proprio rendimento. Tutto, però, parte dal talento dei calciatori, dalla loro forza, dal loro valore assoluto. L’idea di gioco, da sola, appaga gli occhi e l’intelletto. Purtroppo, o per fortuna, poi ci sono i gol fatti e i gol subiti. Dai calciatori, attraverso il gioco. Ed è quello che fa la differenza, piaccia o meno.

Con questo, non voglio dire che il Napoli di Sarri valesse i suoi ultimi 91 punti in campionato, secondo me c’è una discrepanza di punti (tra i 7 e i 10) arrivati grazie all’allenatore. Grazie al suo apporto, al suo approccio, al suo sistema di gioco. Alle sue intuizioni. Al suo lavoro. Un lavoro triennale, iniziato con una squadra che con Higuain era arrivata a quota 82 e senza Higuain ha toccato 86 e 91 punti. Torniamo sopra, ecco il discorso del lavoro che può esulare dal calciomercato, il discorso del miglioramento sul campo. Un miglioramento che però è partito da una base di talento importante, da una squadra di valore, che in una versione precedente (nel 2014) aveva messo insieme 78 punti.

È una questione matematica. Se vale soprattutto la forza del gioco, per quale motivo l’Empoli di Sarri è stata una squadra bellissima, spettacolare, rivoluzionaria per la Serie A, ma si è comunque fermata a 42 punti in 38 partite? La risposta è semplice: perché forse ne valeva 34-35. Però il lavoro del suo allenatore le ha permesso di arrivare a un livello superiore. Non oltre un certo limite, però.

Dimenticare il Sarrismo

Volevo arrivare a questo punto. Mettere il Napoli al quinto posto vuol dire assegnargli un punteggio inferiore ai 70 punti, considerando i punteggi alti dell’ultima stagione. Ecco l’esagerazione: la rosa di Sarri, senza Jorginho e Reina e con gli acquisti di Fabian Ruiz, Verdi e Meret (più Karnezis, Malcuit e Ospina), vale addirittura 21 punti in meno? Mi sembra una valutazione spinta dall’emotività di un calciomercato conservativo, più che da una reale analisi del valore di questa squadra. Certo, le altre contender allo scudetto e alla Champions si sono rinforzate. Ma se pure il Napoli perdesse tutte le partite contro Juventus, Inter, Roma e Milan, e mantenesse gli stessi risultati contro le altre squadre della Serie A, si ritroverebbe con 11 punti in meno (tre ottenuti con la Juventus, due con l’Inter, tre con la Roma e quattro con il Milan). Totale: 80 punti.

Al di là dei giochini matematici, la mia conclusione è semplice: non c’è equilibrio, il Napoli di Sarri era una squadra con un gioco efficace e sofisticato, ma anche con grande talento. Vivere nella psicosi dell’abbandono, senza la percezione – reale e realistica – del contesto, porta a distorcere la realtà. Anzi, a cancellarla completamente. Non stiamo parlando di mercato o campagna acquisti, piuttosto del meccanismo dell’esagerazione secondo cui il Napoli è una squadra senza qualità, sospinta solo dal lavoro del suo ex allenatore. È una definizione che non rende giustizia proprio a Sarri, allo sviluppo dei suoi stessi calciatori. Napoli rimpiange il Sarrismo, ma con il suo atteggiamento sta dimenticando la sua lezione più importante.

Senza considerare Ancelotti

Infine, un’ultima chiosa: come vedete, non ho nominato mai Ancelotti. Ho bypassato completamente il suo arrivo, il suo possibile impatto sul Napoli, sui calciatori del Napoli. Il suo lavoro potrà essere giudicato solo a conti (punti) fatti, ma di certo mister Carlo non può essere catalogato come un tecnico che peggiora le sue squadre. O che raggiunge risultati inferiori rispetto al valore assoluto della sua rosa. Le sue idee mi sembrano interessanti, intriganti, difficili da realizzare ma potenzialmente bellissime, perché permetterebbero al Napoli di crescere ancora. Posso anche sbagliarmi, ma pensare che un allenatore possa far scadere il rendimento e quindi il talento dei suoi calciatori oltre un certo livello è semplicemente folle, e arrogante. Soprattutto se si chiama Carlo Ancelotti.

Anzi, molti di quelli che oggi pensano ad un Napoli che può esistere solo con Sarri sono gli stessi che avevano duramente criticato il suo arrivo. Evidentemente, hanno dimenticato un’altra lezione fondamentale.

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