Napoli è la città dei funerali, non ha appreso la lezione degli Squallor

L’omaggio a Pino Daniele ne è l’ultimo esempio. C’è un certo compiacimento nel farlo, sempre legati ai miti di ieri. Non può esserci funerale per Cornutone

Napoli è la città dei funerali, non ha appreso la lezione degli Squallor

Un senso di ineluttabilità

Tra le feste degli scudetti vinti e perduti e i ricordi dei nostri migliori cantanti passati a miglior vita, Napoli è oggi tra le città del globo dove si celebrano più funerali in un anno. C’è un certo compiacimento, nel farlo, misto a un senso di ineluttabilità, come se altrimenti non si potesse, che spiega questo senso un po’ funereo che abbiamo di vivere l’oggi con un costante distacco, quasi come se quanto continua ad avvenire non ci riguardasse sino in fondo.

La realtà assaporata sempre con questo retrogusto di incenso è anche quanto ci tiene legati ai miti di ieri e ci impedisce lo slancio necessario ad immaginarne di nuovi, adesso e domani. Nessuno, ad esempio, sognerebbe mai di imbastire un accorato ricordo in un intero stadio agli Squallor – ed il motivo è semplice, quasi banale, come si ascolta nella coda di questo strepitoso stralcio di documentario – “Noi non ci siamo sciolti, è finita per il divino amore, non per volere di qualcosa” – una frase che comprende una vita intera, la sua finitezza ma anche la forza blasfema di venirne a capo sorridendo e senza una strategia. Non esiste funerale che possa contenere testo e musica di Cornutone, una canzone che rimane sospesa tra un pezzo del Simposio di Platone ed una pagina di Henry Miller, perciò destinata all’eterno, alla bocca di Socrate tanto quanto alla gioia momentanea di un qualunque postribolo del pianeta.

Alla stessa maniera non esiste funerale per Philip Roth, non sfiorato in vita da alcun Nobel, coerentemente con la visione vagamente tetra del mondo che va di moda. A molti non piacera’ il suo racconto ma, come canta beffarda la band napoletana su cui nessun loculo ha potere: “’Sta canzone però te dice ‘a verità”.

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