A L’Aquila col dialetto siamo tutti napolisti

È arrivato il momento della riscossa.
Manca Quaglia, da molti odiato per troppo amore. Ma ormai questo è un fatto secondario: l’acqua passata non macina più!
Questa non è una partita che si può guardare a casa: bisogna condividere tensione … e gioia finale. Avrei voluto essere al San Paolo, ma è un po’ lontano e, in ogni caso, mi sono deciso tardi e non ho trovato il biglietto.
Ho prenotato un tavolo per due in una pizzeria napoletana, l’unica a L’Aquila, secondo me, dove si può mangiare una pizza degna, anche perché non sono molte quelle che hanno potuto riavviare l’attività.
Mi accompagna il mio amico Paolo. Da buon aquilano non è tanto appassionato di calcio: preferisce gli sport montanari e il rugby. Non so bene perché gli faccia piacere venire con me a vedere le partite del Napoli in un covo di napolisti (neologismo per indicare i tifosi del Napoli). È pure tifoso della Roma. Sarà perché si diverte a partecipare alle nostre trepidazioni e ai nostri entusiasmi. Ma ho il dubbio che sia soprattutto per la pizza; che gusta sempre avidamente, mentre io faccio fatica, dato che non è proprio agevole mangiarla senza distogliere lo sguardo dallo schermo.
La grande sala è occupata da napolisti. I pochi aquilani presenti si riconoscono a vista d’occhio: hanno l’atteggiamento normale di chi sta in una pizzeria. Noi napolisti no: siamo tesi. La sconfitta di Milano ha lasciato uno strascico pesante. Il timore di perdere anche stasera è opprimente ed è difficile dissimularlo.
Vicino al mio tavolo c’è il solito gruppo di giovani napoletani della scuola della Guardia di finanza. Non si trovano bene a L’Aquila. In effetti sono stati proprio sfortunati: devono fare i conti con il terremoto, che ha annientato la parte del centro storico zeppa di locali per i tanti giovani, aquilani e non, che animavano, vivacizzavano la città. Una bella vittoria i miei giovani amici, costretti a vivacchiare in un territorio tenuto in coma farmacologico, la meritano più di ogni altro.
Fischio d’inizio.
La tensione aumenta: troppi passaggi sbagliati, errori pericolosi. Ma passano i minuti e si vede un Napoli più determinato di quello di Milano e una Juve che non riesce a fare il gioco sulle fasce con traversoni dal fondo per le due torri centrali che aveva in mente il suo allenatore. Anzi, quel gioco lo facciamo noi e anche bene.
Cavani! E siamo tutti in piedi.
Altra fase trepidante e poi ancora Cavani!
Dopo l’esplosione di gioia, ci si rilassa, pienamente consapevoli della propria forza. Ritorna la parola: commentiamo le fasi della partita.
Ancora il Matador! È festa, una gioia incontenibile!
Ormai ogni timore è un lontano ricordo. Assumo un atteggiamento di placida soddisfazione. Mi dispongo comodamente sulla sedia e guardo con spocchioso distacco sabaudo i giocatori juventini che arrancano in campo.
Triplice fischio finale e immediato botto dei tappi delle bottiglie di spumante che Pasquale, il pizzaiolo, teneva pronte da qualche minuto.
Sono stracontento e lo è anche Paolo, che si lascia sempre contagiare placidamente.
I giovani finanzieri non stanno nella pelle.
Ci si intrattiene per i commenti finali – in dialetto, la sola lingua che può esprimere certi stati d’animo – e poi ci si saluta con sorrisi che arrivano alla nuca e vigorose pacche sulle spalle.
Che grande soddisfazione!!!
Giovanni Mastronardi

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