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Non c’è alcuna logica: a volte vai su, a volte vai giù, ma alla fine vince sempre il banco

“Harry a pezzi” viene in soccorso per spiegare la situazione del Napoli (e non solo) dopo la sconvolgente e inattesa vittoria dello scudetto

Non c’è alcuna logica: a volte vai su, a volte vai giù, ma alla fine vince sempre il banco
TO GO WITH AFP STORY "Film festival in Vienna puts Freud on the couch" US director Woody Allen is pictured while working on his movie "Deconstructing Harry" (1997) duirng an exhibit as part of the festival of films "Psyche im Kino" (Psyche in Cinema) organised by the museum of film in Vienna 19 April 2006. Austria, which this year celebrates Sigmund Freud's 150th birthday, is holding a festival of films inspired by the theories of the father of psychoanalysis, even though he disliked the movies. AFP PHOTO (Photo by HO / AFP)

Non c’è alcuna logica: a volte vai su, a volte vai giù, ma alla fine vince sempre il banco

Il 10 novembre del 2019, quattro anni fa, il Napoli era alla dodicesima giornata di campionato. Come oggi. Aveva 19 punti in classifica, due in meno di quelli odierni, per via di una vittoria in meno e un pareggio in più. La squadra era settima in classifica, la prima aveva un punto più dell’Inter di quest’anno. In panchina c’era Carlo Ancelotti.

C’era stato il famoso para-ammutinamento, più conseguenza che causa di alcunché. Il Napoli aveva faticato dal primo minuto del campionato, tant’era. Il Corriere scriveva che ciò che mancava era un dirigente. Mancava un Marotta, sostenevano alcuni. Ad Ancelotti, dicevano altri, mancava un Galliani.

Quella domenica il Napoli usciva da un pareggio a reti inviolate contro la squadra di Thiago Motta. L’ultima, lontana, vittoria azzurra risaliva a cinque gare prima, in coppa, quando parve che quasi e invece no.

I giornali riportavano di un Napoli in media retrocessione con evidenti responsabilità dell’allenatore, che aveva però parlato ai senatori (all’epoca così si appellavano gli odierni saggi).

Nella giornata successiva, un pareggio esterno contro il Milan farà ritenere evidente ad alcuni che la squadra non abbia seguito il calcio liquido dell’allenatore, ad altri che Ancelotti è in lista d’attesa per la pensione, ad altri ancora che la società non è managerialmente strutturata.

La storia del dopo è nota: il Napoli cambierà tecnico non sortendo alcun risultato significativo. Poi, conservando la medesima struttura societaria, ne prenderà ancora un altro che, dopo un primo anno discreto, vincerà lo scudetto l’anno successivo in modo totalmente inaspettato, quando verrà cambiato un numero considerevole di calciatori.

La cosiddetta analisi di questo gioco è interessante perché è quasi esclusivamente interpretazione di pochissimi fatti di cui ciascuno di noi vuole riconoscere per primo la causa primigenia. Che però non esiste. Capire il motivo per cui, pur non esistendo, tutti noi continuiamo a sforzarci di individuarla, dice molto poco del gioco in sé ma molto di noi stessi – motivo per cui il calcio è grande.

Ciò che ha sconvolto tutti i nostri programmi, va riconosciuto, è stata la vittoria assurda della scorsa stagione. Inattesa, a cominciare dai modi, anzitutto dai suoi attori. Quando essa si è disvelata in tutta la sua inaudita interezza abbiamo cercato invano di applicare retroattivamente tutti i desideri che avevano conservati nei cassetti, ma la realtà se n’è andata per i fatti suoi. Il che è un grande insegnamento di vita, se ce lo prendiamo.

Avremmo desiderato che a vincere fosse stato il nostro allenatore preferito. Il nostro presidente preferito. Il nostro modulo preferito. Il nostro centravanti preferito. La nostra idea preferita, lasciata in marinatura trent’anni. Ma è come provare ad amare il numero 6 sulla roulette: per quanto calore umano si possa infondere in un numero, la pallina ci finisce sopra seguendo una distribuzione statistica.

Il buono della storia è che nessuno dei nostri dolori durerà poi troppo. Oggi è tempo che ciascuno torni a convincersi che il casinò (parola tronca e non piana) non segue alcuna logica che non sia quella ricordato dal Diavolo in Harry a pezzi: a volte vai su, a volte vai giù, ma alla fine vince sempre il banco. Il che non esclude il divertimento.

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