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Nel calcio italiano senza soldi, sembra che un direttore sportivo valga più di un attaccante

La narrazione, in Italia, la detta la Juventus. Ma De Laurentiis potrebbe dimostrare che nel mondo del calcio tante attività sono sovrastimate

Nel calcio italiano senza soldi, sembra che un direttore sportivo valga più di un attaccante
As Frosinone 10/01/2016 - campionato di calcio serie A / Frosinone-Napoli / foto Antonello Sammarco/Image Sport nella foto: Cristiano Giuntoli-Aurelio De Laurentiis

C’è da chiedersi se, più della presunta grande fuga dal Napoli eccezionalmente vittorioso, non sia piuttosto la ricerca del demiurgo della rinascita calcistica il vero abbaglio dell’estate. Nel cosiddetto mondo del pallone, in preda a una crisi economica tanto drammatica quanto taciuta, la ricerca dell’attaccante di grido è ormai affare da calciomercato di un tempo. Oggi le società calcistiche italiane non inseguono più né atleti né allenatori: tentano di aggiudicarsi piuttosto i direttori sportivi.

Per quanto resti chiaro che a vincere partite e tornei siano le squadre con i calciatori migliori, assistiamo a un progressivo ed inesorabile allontanamento dal campo di gioco, per motivi banalmente finanziari: comprare il capocannoniere del torneo e il miglior centrale difensivo ha un costo, bloccare un allenatore ne ha uno minore, aggiudicarsi un direttore sportivo uno ancora più basso. Siccome i danari sono veramente agli sgoccioli, quella che viviamo si prefigura come l’estate del “progetto”, quella cioè in cui la stampa competente e i competentissimi tifosi tesseranno le lodi dei gloriosi piani quinque-decennali delle squadre più lungimiranti, delle strutture societarie più complesse. È l’estate degli organigrammi, in cui diremo addio ai contratti per i centrocampisti di grido, così fuori moda, e ci dedicheremo finalmente alla ricerca dei dirigenti illuminati.

La narrazione, in Italia, volente o nolente, la detta la Juventus – non è un mistero. Il club bianconero, reduce da un decennio che l’ha condotta al tracollo finanziario, in cui al Napoli ha soffiato prima l’attaccante e poi l’allenatore, sta costruendo adesso la propria nuova fase dei lumi, del calcio alla Voltaire, scommettendo tutto sull’ex direttore sportivo azzurro. L’uomo che, nell’immaginario collettivo della nazione di Nonno Libero e Oronzo Canà, ha sorvolato i Carpazi su un barcollante bielica per atterrare su qualche polveroso campo tataro e scoprire un’ala sinistra sconosciuta al mondo e nota solo a lui. Un immaginario collettivo che ha immediatamente (dopo soli otto anni) riconosciuto in quel direttore sportivo un genio, parola che in Italia si usa per Mozart, Schrödinger, Da Vinci e Giuntoli. La Juventus non se l’è fatto sfuggire. Dopo Gonzalo, Il Comandante ed il loro trionfale ruolino di marcia, non poteva mancare l’ultimo cadeau. Non c’è bisogno di aggiungere che i napoletani ci sono cascati e ci cascheranno con tutti i panni.

Ora, dovrebbe essere di dominio pubblico che il calcio non è il luogo delle competenze, piuttosto è quello delle conoscenze. È il motivo per cui, nel mondo dei dirigenti sportivi e dei procuratori che ne fanno da corollario, più che di grandi scuole di management, di diritto sportivo o di storia del calcio si parla di grosse agendine, materiali o virtuali. In altre parole, è difficile trovare un futuro premio Nobel tra gli attori del calciomercato mentre è più probabile trovare tra di essi i primi dieci utenti mondiali di Whatsapp per volumi di chat.

Non saprei dire quale sia lo stato mentale di Aurelio De Laurentiis in questi giorni di coda della sbornia da scudetto. Ma, oltre che allarmarci per un suo presunto delirio di onnipotenza, c’è da osservare che egli potrebbe essere un pioniere nel mostrare quanto risulterebbe ovvio in qualunque sana realtà produttiva del mondo – cioè che tenere un’agendina, convincere gli amorevolissimi padri e le affettuosissime madri dei giocatori, vendere loro il sogno della napoletanità e la freschezza della mozzarella, catturare l’attenzione della innamoratissima fidanzata del giocatore titubante, potrebbero essere attività necessarie ma non al punto di valere qualche centinaia di migliaia di euro all’anno. Insomma è proprio il tanto vituperato attaccamento al soldo e al profitto di questo presidente a far da garante contro il delirio di onnipotenza: più di se stesso, De Laurentiis ama il profitto. Per fortuna.

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