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Pjanic in Serie A era Neeskens, al Barcellona è un pacco da 70 milioni

Non gioca ormai da 3 mesi, Koeman gli preferisce un Primavera. La rappresentazione plastica del calcio italiano che si auto-sopravvaluta

Pjanic in Serie A era Neeskens, al Barcellona è un pacco da 70 milioni

Quando un giocatore alimenta la propria autocommiserazione dicendo ai giornalisti “non gioco e non so perché” sa perfettamente perché. Solo che vuole che ci arrivino gli altri, che si sentano smossi dallo stupore loro per primi, e ti rimettano al posto che meriti – il piedistallo – per analisi riflessa. Che si chiedano “ma perché non gioca più Pjanic?”. Nella speranza intima che resti una domanda sospesa, che non abbiano anche la risposta.

Pjanic intanto non gioca, al Barcellona. Non è che gioca poco, o gioca male. Proprio non se lo filano di pezza, come dicono quelli sciolti. Nonostante la valutazione monstre da 70 milioni euro utile a scambiarsi ricchissime plusvalenze nell’affare con Arthur, è ormai la quarta scelta nel suo ruolo, sempre che ne abbia uno. Negli ultimi due mesi è rimasto in campo 12 minuti in tutto. Dal 10 marzo, uno smozzico di PSG-Barça. E’ partito titolare solo una volta negli ultimi tre mesi, al Camp Nou contro l’Elche. È durato 45 minuti. All’intervallo, sullo 0-0, Koeman l’ha messo via. Era il 24 febbraio. Doveva fare da “doppio perno” con De Jong, nell’idea – molto fantasiosa – che resistesse alla concorrenza di Busquets. Poi l’ha superato nelle gerarchie il giovane Pedri. E infine l’ancor più giovane Ilaix Moriba. Le rotazioni per lui sono diventate il cerchio d’un criceto: il mondo gli si muove attorno e lui non va da nessuna parte.

“Cosa è successo in quel Barça-Elche, dove Pjanic è stato sostituito nell’intervallo e non è mai più ricomparso?”, si chiede il Mundo Deportivo, dimostrando di stare al gioco di cui sopra: non gioca e non sanno il perché, in Spagna. La domanda invece potrebbe essere: cosa è successo nella carriera di Pjanic perché arrivasse a stupirsi di non essere titolare nel Barcellona? La risposta, semplicistica, è che il calcio italiano fa così: crea i suoi mostri e i suoi miti, in una complessa auto-narrazione che spaccia la Serie A per un palcoscenico paragonabile alla Premier o alla Liga. Pjanic è vittima dello stesso vuoto a perdere. Una prestidigitazione: sembrava fosse Neeskens, quando dalla Roma passava alla Juve. E’ il senso delle proporzioni che ci fa difetto, e anche un po’ quello del ridicolo.

Il Mundo descrive l’irruzione di Ilaix come “decisiva” nella dismissione di Pjanic:

“Non perde palla, combatte su tutto, si muove con discrezione e preme quando deve. Pjanic quando il Barça non ha la palla, invece di salire fa un passo indietro, alla maniera italiana”.

Il “perché non gioco” comincia a spuntare, piano piano.

Nell’estate del 2016 passò dalla Roma alla Juventus, e Allegri – rimasto orfano di Pirlo – lo piazzò regista basso “di qualità”, Gli serviva lì, nel cratere lasciato dal Maestro che aveva provato a riempire con Padoin, Lemina, Hernanes e Marchisio. Invano. Quando poi è arrivato Sarri, Pjanic ha subito l’ennesimo strappo tattico. Sarri cercava di farne un simil-Jorginho, e finì per preferirgli, alla lunga, Bentancur. Il bosniaco ha continuato ad essere ciò che poteva, un ottimo centrocampista senza guizzi da trequartista puro, senza l’istinto geometrico del regista arretrato, con un dribbling basico e un discreto tiro. Come abbia fatto l’Italia a contrabbandare Pjanic per un genio del ruolo (di nuovo: quale ruolo?!) ha a che fare con la nostra perversione di crederci ciò che forse non siamo: europei, qualsiasi cosa voglia dire.

Eppure la visione, anche elementare, della Champions che conta ha ormai chiarito che il calcio italiano si muove asincrono, a velocità ridotta. La flemma di Pjanic in Italia aveva evidentemente un senso. In Spagna arriva un ragazzino nel pieno dell’elettricità dei suoi anni e gli soffia il posto. E se non fossimo così miopi e intirizziti, nelle nostre convinzioni, avremmo chiaro che anche attualmente l’unico giocatore davvero “europeo” che produce la Juve post-Pjanic è Chiesa. L’attaccante ultraverticale che salta l’uomo nella negazione – persino filosofica – della dittatura di pressione orizzontale, spesso lentissima, che ci ostiniamo a chiamare “fare gioco”.

All’estero non va così, ed è un’ovvia generalizzazione. Pjanic s’è rivelato un “pacco” solo perché tradito da una quotazione di mercato anabolizzata dai trucchi contabili. Porta il peso dell’età – che è relativa: i suoi 30 anni in Italia valevano 25, col metro Ibrahimovic; all’estero 40 – e di una nomea artificiale. Tanti anni tra Juve e Roma hanno illuso tutti che il salto al Barcellona fosse la naturale evoluzione, un trampolino. Quando invece s’è rivelato un tuffo nel buio. Che qualcuno gli spieghi perché non gioca, la consapevolezza aiuta: renderlo partecipe del bluff del pallone italiano è un atto d’amore.

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