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Senna cambiò cognome e scelse quello della madre, di origine napoletana

Giggs fino a 12 anni era inglese e si chiamava Ryan J. Wilson. LeBron James non ha mai conosciuto il padre

Senna cambiò cognome e scelse quello della madre, di origine napoletana

Piccole grandi curiosità sui campioni: Senna, Kasparov, LeBron James…

Ryan Giggs (calcio): fino a 12 anni era inglese e si chiamava Ryan J. Wilson. Quando i genitori si separarono
adottò il cognome e la nazionalità di mamma Lynne.

Garri Kasparov (scacchi): nacque col nome Garik Weinstein, ma dopo la morte prematura del padre adottò,
russificando il cognome della madre, Kasparjan.

LeBron James (basket): Non ha mai conosciuto il padre, così ha preso il nome di colei che lo ha cresciuto:
mamma Gloria James.

Allen Iverson (basket): Per gli stessi motivi di LeBron, ha ereditato il cognome della madre Ann.

Ayrton Senna (automobilismo): Essendo Da Silva un cognome molto comune in Brasile, scelse quello di mamma Neide, di origine napoletana.

Carlos Tevez (calcio): Carlos Alberto Martinez venne abbandonato dalla madre biologica, mentre il padre non l’ha mai riconosciuto. A 10 mesi, dopo l’incidente di cui porta ancora i segni sul viso, venne affidato agli zii materni: Adriana Martinez e Segundo Tevez.

 

 

Senna e il 1° maggio 1994. Venticinque anni fa.

Io, all’epoca, di anni ne avevo 22. Quella domenica ero incollata alla tv, come sempre quando c’era la Formula Uno. Ne ero affascinata perché c’era lui, Ayrton Senna, che di anni, invece, ne aveva 34: era bello, pieno, come solo il coraggio, l’imperfezione, l’irrequietezza e l’eleganza sanno rendere belli.

I tre giorni precedenti erano stati terribili

Durante le prove libere del venerdì c’era stato l’incidente di Barrichello. Immagini fortissime, sembrava gravissimo, eppure se la cavò con qualche frattura e poche ferite superficiali, anche se non poté disputare la gara. A ricordarlo ora, sembra un presagio.

Il sabato la morte arrivò indisturbata a fare una prima visita. Durante le prove Ratzenberger si schiantò contro la curva Villeneuve. Fu devastante. Ricordo l’impotenza di fronte alla mancata decisione di sospendere la gara della domenica, il dibattito con gli amici, tra chi sosteneva che occorresse fermare tutto in segno di lutto e chi, invece, diceva che la vita deve andare avanti.

Neppure quella domenica di maggio iniziò sotto buoni auspici. Alle 14 i semafori divennero verdi e quasi subito ci fu il primo incidente: il tamponamento tra Lamy e Lehto. Nessuno dei due si fece male, ma i detriti volarono sul pubblico e ferirono qualcuno.

La gara non si fermò neppure allora. La morte era già venuta in visita il giorno prima e adesso avvisava che stava tornando. Nessuno le diede ascolto e quella decise di vendicarsi. Forse lo aveva già deciso.

Senna correva portando la bandiera austriaca in onore di Ratzenberger . Desiderava esporla al traguardo, dopo la vittoria. Era intenzionato a vincere, lo aveva dichiarato prima della gara. Lo scoprii solo dopo, quando fu chiaro che il traguardo che avrebbe raggiunto quel giorno non era quello di una gara di Formula Uno.

Voleva vincere, forse perché arrabbiato per tutto quello che era successo prima. Viaggiava velocissimo, con un mondo di rabbia dentro, da sfogare correndo. Voleva vincere e sfatare i presagi di morte.

Dopo sette giri e una partenza in pole position, vedemmo la macchina di Ayrton uscire di pista come un proiettile. Ero stesa sul letto, ricordo che balzai in piedi come se avessi visto in diretta l’incidente di un caro amico.

La curva del Tamburello mi sembrò la cosa più brutta e cattiva del mondo. Senna non era riuscito a sterzare per evitare il destino. Lui, che sembrava sempre anticipare le mosse degli avversari. Accadde proprio nella curva in cui si sentiva sicuro. Più volte avevo pensato che potesse attraversarla anche ad occhi chiusi.

Fu un attimo. Il telefono iniziò a squillare. Eravamo tutti davanti alla tv. Tutti testimoni. Si cercava di capire cosa fosse successo, se era grave. Non poteva esserlo, non dopo quello che era successo nei giorni precedenti, sarebbe stata una maledizione, non era possibile.

Invece stava accadendo. L’impatto terribile e quasi frontale sul muro, il rimbalzo della macchina, la sagoma immobile di Ayrton nell’abitacolo. Quella porzione infinitesima di tempo durante la quale sembrò di vedere il suo casco muoversi.

Erano le 14.17 quando tutto si fermò. Non il suo cuore, che, rianimato, smise ufficialmente di battere solo nel tardo pomeriggio. Sentirlo dire, alla tv, fu come ricevere un pugno nello stomaco. L’imperfetto e bellissimo Senna era morto.

La morte di Senna è tra le scene che porto impresse nella memoria, al pari di quella del piccolo Alfredino e, qualche anno dopo, dell’attentato alle Torri gemelle. Quella testa reclinata, l’immobilità dalla quale tutti noi ci augurammo uscisse ancora una volta, rassicurandoci che andasse tutto bene.

Insieme a lui, quel 1° maggio 1994, morì anche la mia esperienza con la Formula Uno. Ci provai, a continuare a seguire il Gran Premio, ma senza alcun mordente. Michael Schumacher non conquistò mai il mio cuore come aveva fatto Ayrton. Non incontrò mai campioni come quelli contro cui aveva gareggiato Senna, tanto per cominciare. E poi era finita un’epoca: quella in cui il pilota faceva davvero la differenza, in cui non c’era il cambio automatico, nessun aiuto elettronico, dove a guidarti erano l’istinto, l’intuito, l’intelligenza e la capacità di leggere dietro le curve e dietro le sterzate degli avversari.

Con tutto il rispetto per Schumi e la sua tragedia, Michael era troppo preciso e algido per emozionare come l’imperfetto Ayrton. E poi, a dirla tutta, guardare ancora quelle auto in corsa mi sembrava una profanazione del ricordo del bellissimo uomo dal naso importante che negli occhi portava un mondo intero.

Da quel 1° maggio non mi sembra ci siano state più morti in Formula 1 (ho controllato, ce n’è stata una, nel 2014: il francese Bianchi). Forse è questa l’eredità che ci ha lasciato Senna, che tanto si batteva per la sicurezza dei piloti, insieme alle immagini che ancora abbiamo nella testa di tutte le sue vittorie e dei suoi sorrisi.

Ayrton, oggi ne sono convinta, aveva colto il presagio che noi non fummo in grado di vedere in tutta la sua maestosità. Quell’avvertimento del regno dei morti, di chi ti annuncia che sta arrivando a prendere il migliore. Quel giorno, gli occhi di Senna, inquadrati più volte prima della partenza, non sembravano gli stessi: erano tristi. Forse sapeva che nulla più, dopo quel giorno sarebbe stato come prima. Noi non lo sapevamo. Lo abbiamo scoperto poi.

Avrei voluto conoscerlo meglio. Aveva occhi che lasciavano intravedere pensieri inafferrabili. Sono passati venticinque anni e il dolore, nel ricordarlo, è sempre lo stesso.

 

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