Hija de D10S. Vita da Maradona, firmato Dalma

Esce in Argentina l’autobiografia di Dalma Maradona. Titolo: “Hija de D10S”. La figlia di dio. Scritto in quel modo lì. Disegni dell’illustratore Costhanzo, foto tratte dagli album di famiglia, aneddoti e ricordi. Pagina12 ha diffuso in rete degli stralci che il Napolista ha tradotto.

Quando ero una bambina, non ne sapevo molto di tifosi. La nostra vita era normale. Delle volte mio padre mi accompagnava a scuola, le mie amichette venivano a casa a giocare, non sapevano a cosa si dedicasse lui. Certe volte si affollavano dei papà per vedere il mio, ma tutto qui.

Una volta chiesi a papà di accompagnarmi in giro per negozi. Lui non ne voleva sapere. Allora mi sono messa a piangere, a fare i capricci, credevo che fosse un cattivo papà perché non voleva venire con me. Ho insistito così tanto che s’è deciso. Entriamo nel negozio e si scatena un casino terribile. La gente sembrava impazzita. Ci infilammo in un negozio di abbigliamento dove volevo comprare delle cose e la gente si accalcò contro la vetrina. Per la pressione i vetri vennero giù. “Hai visto perché non volevo accompagnarti?”, mi disse papà. Lì ho cominciato a capire che c’erano cose che con lui non potevo fare.

Oggi racconta che il suo sogno è poter andare a fare shopping. Fantastica di farsi fare una maschera di Mick Jagger per uscire senza essere riconosciuto. E’ ridicolo. Gliel’ho detto che è tutto pazzo. Se vuoi passare inosservato, mica ti fai fare la faccia di Mick Jagger.

Non mi ci vedo a uscire con qualcuno che porta le foto di mio padre nel suo portafogli. Né che si passi la sera a parlare del Mundial 86. Né che tenga la faccia di mio padre tatuata addosso, o la sua firma. Mi farebbe impressione. A lui però piacciono queste dimostrazioni di affetto. A me pare che tutta questa gente abbia dei problemi.
In tutta la mia vita ho assistito a ogni tipo di reazione. Uomini grossi che scendono dalle loro macchine e si mettono a piangere all’improvviso. Oppure frenano l’auto e restano in stato di shock, immobili, fissano mio padre senza muoversi. Oppure fermano la macchina e non riescono più a rimetterla in moto per l’emozione.

Una volta, andavamo al campo d’allenamento e mio padre aveva il finestrino abbassato. Dal nostro lato apparve una moto completamente addobbata coi colori del Boca. Sulla moto c’erano il conducente, la sua donna e un bimbo seduto al centro. A mio padre piacque com’era addobbata e allora diede un colpo di clacson. Quando il tipo si accorse che era mio padre, lasciò il manubrio e si mise a piangere. Quasi ammazzava tutta la sua famiglia. Un matto.

Ogni volta che vado da qualche parte, la gente mi racconta qualcosa di mio padre. Tutti hanno qualcosa a che fare con lui (o forse se lo inventano, non lo so).
“L’ho incontrato in un bowling il 31 dicembre e quando lo vidi gli dissi: Diego, muoio, e tuo padre mi rispose: non lo fare che è Capodanno”.
“Ero un bimbo e mi informarono che tuo padre era vicino casa mia. Uscii con una copia di El Grafico perché lui me la firmasse. Era pieno di giornalisti, tuo padre stava dando un’intervista. Quando mi vide, afferrò El Grafico e mi disse che sarebbe tornato a cercarmi dopo. Io me ne andai senza molte speranze, poi arrivò un tipo della sicurezza con El Grafico autografato. Un grande, non s’era dimenticato, lo firmò e diede l’incarico di riportarmelo”.
“Prima del Mondiale 94, incontrai il tuo vecchio in strada e gli gridai: Diegooo. Che c’è, rispose lui. Mi tremarono le gambe. Con un filo di voce gli dissi: Al Mondiale, ti voglio in area, non devi passare la palla, devi tirare in porta. Mi disse: E io là voglio stare, in area. E dopo fece quel gol. Mi piace pensare che lo dedicò a me”.
“Quando tuo padre fece gol agli inglesi, io e mio padre ci abbracciammo e ci mettemmo a piangere. E’ l’unico abbraccio che ricordo mi abbia dato mio padre, e lo devo a lui”.

Un’altra cosa che riguarda mio padre è che tutto il mondo vuole una sua maglia. Mi ricordo che c’è stato un periodo in cui mia madre mostrava a tutti quelli che venivano in casa coppe, premi, foto, medaglie, e la visita finiva sempre con lei che regalava una maglietta.

Una volta il figlio di un elettricista che stava facendo dei lavori in casa si mise a piangere, chiedeva una maglietta di mio padre. Lei gliene regalò una di quelle indossate da calciatore! Per questo mi sono preoccupata di nascondere la maglia che indossava contro gli inglesi, la più ambita. Per anni l’ho tenuta nascosta sotto il materasso e sempre controllavo che fosse ancora lì. (Avviso che lì non c’è più. Lo chiarisco perché magari qualcuno viene a cercarla).

Quando cominciava una partita, tutti i calciatori avversari andavano a chiedergli di scambiare la maglia alla fine. E lui diceva di sì a tutti. A volte lo usava come strategia, prometteva la maglia ai più forti della squadra avversaria per tenerseli vicini verso la fine del secondo tempo. Così li sottraeva al controllo degli altri. Gli avversari forti lasciavano liberi i suoi compagni per stare vicino a papà negli ultimi minuti e prendere la sua maglietta. Ci credete?
Per alcune persone mio padre è come un oggetto da collezione. Le sue maglie, le sue foto, i suoi autografi. Un signore gli offrì un mucchio di soldi perché fosse il suo testimone di nozze. Mio padre non lo conosceva, come poteva farlo? Pare che quel tipo ci tenesse molto a tenere la firma di mio padre stampata sul libro del matrimonio.

Da quando ho memoria mi hanno detto cose incredibili che hanno a che fare con mio padre. Credo che la peggiore sia stata la domanda di un tifoso: “Ti posso toccare? Sei lo sperma di dio”.
Dalma Nerea Maradona

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