A La Stampa: «Soffro quando mi dicono che non sono abbastanza interista. Tra giochisti e risultatisti la contrapposizione è vera»

Bergomi compie i sessant’anni. Lo intervista La Stampa.
La polemica da telecronista che le ha dato più fastidio.
Bergomi: «Sempre quando mi dicono che non sono abbastanza interista. Mi contestano pure per il contrario, ma quello non mi fa soffrire. Se guardo l’Inter da casa mi divoro, non riesco neanche a stare seduto. In telecronaca subentra la professionalità.
È più facile con la nazionale, lì spingi e basta… fino al famoso “Andiamo a Berlino”».
Giochisti contro risultatisti. Opposizione reale o difetto di comunicazione?
Bergomi: «Contrapposizione vera, solo che non c’è un giusto e uno sbagliato. Il giochista al massimo ruba l’occhio. Il mio amico Simeone
si è preso del tempo per seguire Guardiola e mi ha detto: non fa per me. Lo stile con cui alleni te lo devi sentire».
Mondiale 1982, la più grande soddisfazione. Mondiale 1990, il più grande rimpianto: quale sentimento le è rimasto dentro, a fondo?
«Difficile… il gol preso contro l’Argentina ancora lo rivedo, qui, nella testa. Non so se sarebbe cambiato il risultato, eppure giocare a Roma sarebbe stato diverso. Non per il tifo, Napoli è stata splendida, ma in quelle notti romane c’era magia per davvero. Il bus per lo stadio andava a 20 all’ora per la folla, non c’era ricognizione, ma noi uscivamo fuori per respirare quell’aria. Che fitta. Però, no: 1982, sta nel profondo, mi ha pure ribattezzato».
L’ETERNA POLEMICA CHE RITORNA (COSA SCRIVEMMO QUATTRO ANNI FA)
Aldo Cazzullo, sul Corriere della Sera, chiama in causa il Napolista per provare a dipanare un’intricata matassa nazionale. Italia-Argentina del 90 è uno snodo ineludibile della storia patria, calcistica e no. E anche della narrazione che Napoli ha scelto per sé, sempre più evidente col passare degli anni. Contraddistinta da un mix di auto-ghettizzazione, irrefrenabile desiderio di diversità e una suscettibilità sempre più debordante. La stessa che ha portato a bollare il recente – bellissimo – documentario di Kapadia su Maradona come un film contro Napoli, perché il regista ha osato mostrare la camorra, Forcella, i Giuliano. The dark side di Diego a Napoli. Un documentario potente, senza alcuna tesi precostituita, che si affida alle forza delle immagini. Scorrono anche quelle di Italia-Argentina che Kapadia descrive in assoluta buona fede, senza addentrarsi nella polemica. E mostra napoletani sì rispettosi per Maradona – non fischiarono l’inno argentino – eppure sinceramente schierati per l’Italia e infine affranti per la sconfitta.
Il San Paolo, non ce ne voglia Paolo Sorrentino, tifò decisamente Italia. Chi scelse Maradona e l’Argentina – e io sono qui ad autodenunciarmi -, lo fece in silenzio. E non per questioni meridionalistiche. Maradona era il fratello, la fidanzata, l’amico. E poi era Maradona. Il “tifo contro” è per definizione minoranza. E può essere legato a mille motivi, non ultimi quelli strettamente estetici, calcistici. Giancarlo Dotto, nel suo libro su Carmelo Bene, ricorda il pomeriggio trascorso a tifare Brasile, quel 5 luglio del 1982. E nessuno ci ha imbastito un processo.
Quella sera, nella conferenza post-partita, Vicini si aggrappò a una ciambella di salvataggio. Non lui che aveva sbagliato formazione, con Baggio in panchina e Vialli di nuovo in campo. Non Zenga che era uscito a farfalle su Caniggia. Non la squadra che si era ritrovata con le gambe molli dopo un Mondiale fin lì esaltante. Disse che sì, a Roma, all’Olimpico, nelle partite precedenti, il tifo era stato diverso. Umano. Comprensibile. La verità, in fondo, è quel che le persone vogliono sentirsi dire.