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Prunier lo ricordate? In Francia è un mito, è il loro Pasquale Bruno: «una vita con l’etichetta di duro»

A L’Equipe: «Quando ero all’Auxerre, una mia marcatura su Klinsmann mi costò mesi di fischi negli stadi». A Napoli fu un disastro. Tre presenze e sparì

Prunier lo ricordate? In Francia è un mito, è il loro Pasquale Bruno: «una vita con l’etichetta di duro»
Photo du dÈfenseur et capitaine du Toulouse Football Club, William Prunier, prise le 27 ao˚t 2003 ‡ Toulouse. AFP PHOTO/PASCAL PAVANI (Photo by Pascal PAVANI / AFP)

Ricordate Prunier? Impossibile dimenticarlo. Uno dei difensori centrali più scarsi che il Napoli abbia mai avuto. Ferlaino lo acquistò nella disgraziata stagione 97-98 quella che condusse il Napoli dritto in Serie B con la miseria di 14 punti in classifica (frutto di due vittorie, otto pareggi e ventiquattro sconfitte). Tre le presenze in Serie A in maglia azzurra. Una sola volta giocò 90 minuti, a Roma contro la Roma: finì 6-2. Da allora Prunier non fu mai più convocato, fatta eccezione per la trasferta di Piacenza. E per la gara di Coppa Italia giocata – e persa 4-0 – contro la Lazio.

Eppure L’Equipe in qualche modo lo celebra. In Francia aveva la fama di duro, una sorta di Pasquale Bruno d’Oltralpe. L’Equipe lo intervista – una lunga intervista – per ricordare la sua unica presenza in Nazionale. Il 26 agosto 1992, amichevole contro il Brasile, vinta dal Brasile per 2-0. Prunier vanta anche due presenze nel Manchester United, una stagione nel Marsiglia. Ma è stato soprattutto un simbolo dell’Auxerre.

L’Equipe si diverte con lui. Scrive:

È il momento del servizio fotografico ed è troppo allettante, gli chiediamo di trasformarsi. Di aggrottare le sopracciglia, di fare uno sguardo cattivo e assumer la sua espressione più convincente di serial killer. Sorridente e caloroso per tutta l’intervista, William Prunier è felice di indossare per un momento l’atteggiamento da ruvido difensore che ha avuto per vent’anni.

L’Equipe lo descrive come

un eroe del calcio vecchio stile che perseguitava le caviglie e rosicchiava il cervello degli attaccanti, una bocca da cattivo di Hollywood con un cranio lucido e una carcassa ruvida di 1 metro e 85, un nome che continua a venire in mente (alla pari di Carlos Mozer e Basile Boli) in risposta alla domanda “Chi è il calciatore più cattivo o più pazzo che hai affrontato?” dalla nostra sezione dedicata agli ex.

In un caffè di Troyes, dove è di passaggio, l’ex giocatore icona dell’Auxerre, a metà strada tra il duca di Borgogna e il macellaio di Yonne, scoppia a ridere. «Ogni volta che leggo la tua rubrica, spero di non esserci, ma spesso ci sono…».

«Ero ingabbiato in un’etichetta che, un tempo, era difficile da indossare, ma che ho anche utilizzato. E poi Guy Roux ci aveva addestrati così, alla scuola di marcatura individuale: come diceva, se l’attaccante sta andando a pisciare, si va a pisciare con lui! “Ma ero un buon difensore, eh, tecnico, un vero calciatore. Ho fatto parte di tutte le Nazionali francesi: giovani, militari, Speranze, A. E anche se ho giocato solo una partita in Nazionale A, sono stato convocato più volte».

L’Equipe lo intervista per la sua unica presenza in Nazionale, al Parco dei Principi, appunto contro il Brasile. In panchina con la Francia c’è Gérard Houllier.

Scrive L’Equipe:

All’epoca, la storia di William Prunier è quella di un ragazzo della periferia parigina che è riuscito a conquistarsi un posto nel più glorioso dei country club. La sua armatura da combattente, l’uomo di Montreuil se l’è costruita sull’asfalto della Seine-Saint-Denis. «I miei genitori erano pescivendoli nei mercati e prima di andare a scuola, a volte partivo con mio padre per Rungis alle 3 del mattino. Ho solo bei ricordi della mia infanzia in un quartiere operaio, non sempre semplice, con un po’ di confusione sui campi di calcio. Io, che avevo l’argento vivo addosso ed ero combattivo, tutto questo mi ha indurito».

Racconta dell’Auxerre. E di quella serata al Parco dei Principi.

«Tutta la mia carriera, quando sono entrato in campo, è sempre stato come se mi tuffassi in un’arena e mi trasformassi in un gladiatore».

Quella sera – scrive L’Equipe – al Parc des Princes il gladiatore era indebolito. «Non ero il benvenuto dalla stampa. Houllier ebbe il coraggio di scegliermi nonostante il contesto.

Dieci giorni prima di questo Francia-Brasile, durante la seconda giornata di campionato, l’Auxerre ospita il Monaco che ha appena acquistato la nuova stella del campionato, l’attaccante tedesco Jürgen Klinsmann, campione del mondo 90. Per celebrare questo prestigioso arrivo, “Telefoot” decide di piazzare una telecamera dedicata esclusivamente al tedesco.

Durante i 90 minuti della partita vinta 4-1 dall’Auxerre, Klinsmann viene imbavagliato da un avversario tanto appiccicoso quanto brutale: William Prunier. «E qui, tutto converge contro di me. Mi vedo entrargli sul piede, contrastarlo di testa, fermare il suo gomito. Sono accusato di averlo solo menato quando ho fatto quello che il mio datore di lavoro mi ha pagato per fare: vincere i contrasti. Quel giorno tutti stavano guardando Telefoot e dopo quel servizio venni fischiato e insultato in tutti gli stadi, ovunque, per mesi. »

Nella partita di ritorno, all’inizio di gennaio, Prunier, indebolito da quella tempesta mediatica, scelse di concedere a Klinsmann tutta la libertà possibile e Jurgen segnò i quattro gol della vittoria contro l’Auxerre (4-0 … Alla fine della partita, il difensore improvvisò una conferenza stampa.

“Ero giovane, esausto, confuso dai mesi che avevo appena vissuto. Poi dovevo partire il giorno dopo per giocare un’amichevole a la Nazionale in Senegal e non avevo voglia di andare lì. La sera stessa, Guy Roux (allenatore dell’Auxerre, ndr) mi propose, cosa pazzesca!, di andare a bere una birra con lui per parlare. Vado a Dakar e vinciamo 3-1 con me capitano e goleador (segno un gol)! Dopo tutto questo, la tempesta era passata».

Ma la Nazionale non sarebbe più tornata.

“Penso che quell’etichetta non mi abbia più abbandonato. L’anno successivo, però, a Marsiglia, feci una grande stagione ma non fui richiamato. In seguito, probabilmente non ero tra i preferiti di Aimé Jacquet, che voleva serenità nel suo gruppo e, come per Cantona o Ginola, non mi riteneva in grado di portare serenità.

Parla poi del suo girovagare per l’Europa, con un passaggio in Qatar. Non cita mai il Napoli. Il Manchester United sì, dove giocò due partite.

«Vinsi il campionato, uno dei miei rarissimi titoli. Anche questo rimane un ricordo incredibile. Ho giocato con i giovani Giggs e Beckham, ho vissuto un’atmosfera pazzesca quando Cantona è tornato dalla squalifica all’Old Trafford, ho indossato quella mitica maglia».

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