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Il vano tentativo del potere locale (De Luca e Manfredi) di salire sul carro del vincitore

Il vincitore unico e solo del tricolore (De Laurentiis) faccia attenzione al complesso di Napoleone. Non a caso il “Waterloo” dello zio fu un flop

Il vano tentativo del potere locale (De Luca e Manfredi) di salire sul carro del vincitore

Era il gennaio del 532 d. C. e sugli spalti dell’ippodromo di Costantinopoli, più o meno dove si è giocata l’ultima finale di Champions League, scoppiò la rivolta di Nika (Vinci). Con questo grido gli ultras Verdi e Azzurri misero da parte la storica e sanguinosa rivalità per rivolgere il loro odio contro l’imperatore. Giustiniano, che fino a quel momento aveva governato appoggiando ora l’una, ora l’altra fazione, terrorizzato, pensò di abbandonare il trono e la capitale dell’Impero Romano d’Oriente. Fu salvato prima dal deciso atteggiamento della moglie Teodora – pur non godendo di buona stampa per il suo passato poco nobile, è stata forse tra le più intelligenti e sicuramente la più preparata imperatrice di sempre – e poi dai soldati di Belisario, che soffocarono nel sangue le urla dei fanatici tifosi, uccidendone circa 35mila solo all’interno dello stadio. Una delle più grandi mattanze della storia, che garantì lunghezza e stabilità di potere a colui che Dante celebra come saggio giurista poiché “d’entro le leggi trassi il troppo e ’l vano”.

A distanza di circa 1500 anni, quell’evento ha segnato i rapporti tra sport, politica e amministrazione della cosa pubblica. La regola è: non confondere o strumentalizzare il tifo sportivo, soprattutto se ultrà, con le aspirazioni o aspettative di potere. In genere, nelle democrazie occidentali, nessuno ha utilizzato frange estremiste degli stadi per governare. È altresì vero che a Napoli con Achille Lauro prima e a Milano con Silvio Berlusconi poi, il proprietario di un club sportivo ha ricoperto ruoli di responsabilità politica e amministrativa. Ma si tratta di uno status raggiunto a prezzo del proprio patrimonio. Fin qui la Storia.

L’attualità ci consegna le immagini della presentazione della maglia scudettata del Napoli. Manifestazione organizzata dal main sponsor degli Azzurri, dove il sindaco del capoluogo regionale e il presidente della Campania si sono concessi una deroga alla postura istituzionale e alle chiacchiere che li descrivono ai ferri corti, facendosi immortalare “abbracciati” alla maglia già pronta per essere lanciata sul mercato. Un navigato prosieguo della festa scudetto, che pure costò al primo cittadino una imbarazzante salva di fischi delle curve al suo “azzardato” ingresso in campo. In quella festosa occasione il governatore, forse più scafato, preferì starsene al sicuro in tribuna al riparo di De Laurentiis.

Con queste premesse, il comandante del calcio a Napoli, a bordo della nave-sponsor, ha mandato in scena un copione scritto, diretto e recitato dal suo personaggio, relegando in un ruolo secondario, da attori non protagonisti, i due “politici-tifosi”. Triste epilogo per coloro che, ormai sull’orlo della retrocessione nella classifica degli amministratori italiani, cercano di risolvere la crisi di consenso provando a saltare sul carro del vincitore e finendo col ritrovarsi a cavallo della tigre. La Storia, come diceva quel tale, è Maestra di Vita, e sappiamo cosa può accadere al potere, sia pure assoluto e imperiale, che per convenienza decide di strizzare l’occhio alla curva. Ma il vincitore unico e solo del tricolore, a questo punto, dovrà solo fare attenzione al complesso dell’imperatore dei francesi celebrato dal nuovo kolossal firmato da Ridley Scott – ad autunno nelle sale cinematografiche – che vede Joaquin Phoenix nei panni di un Napoleone che dice: “Se faccio un errore sono il primo ad ammetterlo, ma io non ne faccio”.

Per la Storia del Cinema: lo zio di De Laurentiis, il grande Dino, produsse quel tanto meraviglioso quanto sfortunato film, “Waterloo” (1970). E lì sappiamo tutti com’è finita.

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