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In montagna le parole sono pietre e i silenzi ritmano il tutto

Il film “Le otto montagne” dei due registi belgi Van Groeningen e Charlotte Vandermeersch, con Luca Marinelli e Stefano Borghi

In montagna le parole sono pietre e i silenzi ritmano il tutto
Chi è che non fa trekking oggi? Ecco perché il film “Le otto montagne” – Premio della Giuria all’ultimo Cannes; da poco nelle sale -. che i registi e sceneggiatori belgi Felix Van Groeningen e Charlotte Vandermeersch hanno tratto dal romanzo omonimo – “Strega 2017” – di Paolo Cognetti, era atteso da molti. Una tipica famiglia torinese borghese – i Guasti -, ingegnere lui, Giovanni (Filippo Timi), maestra lei, Francesca (Elena Lietti), in estate vanno con il proprio figlio Bruno (Luca Marinelli, da adulto) in montagna a Grenon perché il padre ha la fissa della montagna e delle curve di livello. Il bambino Bruno – undicenne nel 1984 – è il classico figlio unico senza amici, ma sulla montagna scopre l’amicizia di Bruno (da adulto Alessandro Borghi), un ragazzo che vive già come un montanaro, con un padre assente ed una madre puramente esecutiva, perché “l’amicizia è un luogo dove metti le tue radici e resta ad aspettarti”.
Da qui nasce la loro storia dissimile come percorso: Pietro si distacca dalla figura paterna quasi subito e fa fatica a trovare la sua strada, mentre Bruno lavorando in un alpeggio fa da secondo figlio alle scorribande escursionistiche del padre di Pietro. I due ragazzi ora trentenni si ritroveranno a Grenon (Graines) passati i trent’anni, ora che Giovanni Guasti è morto per un infarto a 62 anni. Insieme costruiranno una baita su un terreno che l’ingegnere ha lasciato a Bruno, simbolo della loro amicizia e terra di ritorno estivo per commemorarla. Ma i ghiacciai – “perché vanno giù” – si sciolgono e con loro le memorie ed i ricordi che conservano. Pietro diventerà scrittore e lascerà a Grenon l’ex fidanzata Lara (Elisabetta Mazzullo) – ora compagna di vita di Bruno -, ed andrà in Nepal dove incontrerà il suo amore Asmi (Surakshya Panta), perché “uno trova il proprio posto nel mondo in modi meno imprevedibili di quanto creda”. Il finale dà un senso all’apologo delle otto montagne…
I due registi belgi restano fedeli al testo di Cognetti e scelgono l’espediente del narratore fuori campo – Bruno; stessa tecnica utilizzata dal regista de “La vita bugiarda degli adulti” -: il film è lento – “perché in Montagna le parole sono pietre ed i silenzi ritmano il tutto”. Nel film c’è tutto questo: il valore fondante dell’amicizia, l’amore, il rapporto con i Padri, la ricerca di senso in un progetto… La montagna qui è scenografia per raccontare questi temi, “l’amore poi finisce istantaneamente o piano piano” e, “poi se qualcuno non vuole farsi curare non c’è niente da fare”.
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