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Un protocollo non salverà il calcio. Se vuole sopravvivere, sborsi i soldi per una bolla modello Nba

Basta demagogia, un calciatore ha diritto a più controlli di me. Ma se è uno sport professionistico, deve esserlo fino in fondo

Un protocollo non salverà il calcio. Se vuole sopravvivere, sborsi i soldi per una bolla modello Nba
foto Hermann / Kontrolab

Il modo più rapido, in una crisi, per raggiungere il fallimento è attendere gli eventi piuttosto che adattarvisi. L’adattamento, in economia, si traduce con investimento. Con spesa.

Sono mesi che leggiamo ovunque una valanga di inutili domande retoriche: “È questa la scuola che vogliamo? È questo il lavoro che vogliamo? È questo il calcio che vogliamo?”. Le domande mal poste sono peggiori di quelle di difficile soluzione: una domanda inutile è un pericolo perché è illusoria e le illusioni non controllate – quelle cioè di cui non si ha una razionale contezza – portano al disastro.

Siamo in una pandemia. I contagi sono molto elevati. Dobbiamo mettere in sicurezza la vita delle nostre comunità, il che spesso significa la vita degli altri che ci sono attorno. L’economia e la vita civile devono tuttavia proseguire: per farlo c’è bisogno di cambiare i processi. Affinché si adattino i processi alla realtà mutata ci vogliono investimenti. Servono i soldi.

Se tutto ciò che il calcio sa fare, nel Duemilaventi, è continuare a parlare di calciomercato o del modulo di tizio e caio, siamo fuoristrada. Questo sport professionistico non sopravviverà con l’aiuto di tre circolari e un paio di protocolli. Se non vuole rischiare di scomparire del tutto, in pochi mesi (legge di natura cui ogni cosa umana e non è sottoposta) deve investire nella sicurezza propria e degli altri.

Negli Stati Uniti la NBA ha inventato una bolla: ha isolato gli atleti e ha garantito lo spettacolo e l’incolumità degli appassionati. Il New York Times ne ha parlato molto approfonditamente e con grande intelligenza, senza fermarsi alla domanda inebetita: “È questo il basket che vogliamo?”. Cosa sia o non sia sport non è la nostra testa a deciderlo: il mondo gira e va dove gli pare, mentre noi ci guardiamo la punta dei piedi.

La salute dei calciatori è tipicamente assai più controllata di quella dei normali cittadini. È normale e giusto che sia così. Perché è il loro lavoro e sono, per motivi professionali, a maggior rischio di contagio, come altre categorie: i medici, tanto per fare un esempio. Che una società civile garantisca diverse coperture a seconda del gruppo di cittadini è corretto: piantiamola con lo sgomento demagogico. Il mio andare al supermercato a fare la spesa non può ottenere il medesimo scrutinio da dedicare al lavoro di un attaccante di serie A, perché io posso adoperare le dovute precauzioni quando mi ci reco, perché il supermercato è per legge messo in sicurezza con il suo personale e perché posso anche comprare ciò che mi serve online o al telefono e farmelo recapitare. Io e Zielinski non abbiamo bisogno della stessa qualità o quantità di controlli, perché comprare la carta igienica non è il mio lavoro.

Allo stesso tempo, se il calcio vuole continuare ad esistere, deve garantire che i propri tesserati, lavorando in questo isolamento, non contagino gli altri. Si faccia dunque venire qualche idea: una bolla stile NBA; un “fast track” per la logistica; calendari aggiornati; insomma un piano credibile. E poi ci metta i soldi per implementarlo. Magari evitando di sprecarne in attività che ormai non hanno più senso.

Se, al tempo stesso, appassionati e giornalisti la smettono di domandarsi ad ogni piè sospinto, come il pastore della meraviglia nel presepe: “Oooh! Ma è questo ancora sport?” ma provano a cambiare la loro abitudine, magari il campionato riparte e tra qualche mese il calcio continua ad esistere.

In caso contrario, nulla di nuovo.

Continueremo a essere l’Italia.

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