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«Non abbiamo rapporto con i pazienti, solo con i loro polmoni. Se si riprendono, li dimettono subito»

Sul CorSera reportage dalla terapia intensiva di Bergamo: «Il primo paziente arrivò con un libro, è rimasto solo quello. Il rapporto tra colleghi è cambiato, ci si sostiene di più» 

«Non abbiamo rapporto con i pazienti, solo con i loro polmoni. Se si riprendono, li dimettono subito»

Il Corriere della Sera pubblica un reportage dalla Terapia intensiva dell’Ospedale Papa Giovanni XXIII, di Bergamo. La prima linea nella lotta contro il Covid-19 nella provincia più martoriata di Italia. A raccontare la vita lì dentro, anzi, la battaglia per la vita, per salvare i pazienti, è un medico, Paolo Gritti.

«Con i pazienti, qui, non hai alcun rapporto. Il rapporto ce l’hai con i loro polmoni. Poi, quando piano piano li risvegli, hai qualche piccola soddisfazione, ma dura pochissimo perché devi subito dimetterli per fare spazio».

Quella del Papa Giovanni è la più grande terapia intensiva d’Europa. Ha 92 posti letto e 12 di terapia subintensiva. La pressione, adesso, si è allentata, gli accessi si sono ridotti, ma resta il centro della battaglia contro il virus.

«Il mio primo paziente Covid è stato un nonnino di 77 anni, arrivato con un libro di Isabel Allende. Lo avevamo messo sotto il casco c-pap, interagivamo con lui e per noi, appunto, era una novità. Era gentile, le infermiere si erano affezionate. È peggiorato in 24 ore, lo abbiamo intubato, dopo due giorni è morto. Sono rimasti il libro e un figlio che non ha più rivisto. E così ci siamo resi conto di cosa ci aspettava».

Gritti racconta di quando si è imbattuto nell’onda di pazienti Covid-19. Aveva accompagnato un anziano a fare la Tac per un trauma.

«Accanto alla sua lastra ho notato quella di una ragazza con una polmonite interstiziale. Ho provato come un momento di sconforto, non eravamo pronti ai giovani».

Ce ne sono, invece. Al momento due, molto gravi, una 37enne e un 42enne.

«Sono eccezioni, ma neanche più di tanto. Sono molti, invece, i cinquantenni e i sessantenni».

Sono due le cose più dolorose, racconta, che pesano di più.

«Che i malati non abbiano accanto le persone care ed essere arrivati a doverne trasferire alcuni».

E conclude:

«Non credevo saremmo riusciti a fare tanto. Abbiamo creato un nuovo ospedale. L’interdisciplinarità è stata fondamentale, tra noi colleghi il rapporto è cambiato, ci si sostiene di più».

Adesso ci sono altri ospedali che prendono il Papa Giovanni come esempio, e non solo in Italia.

«Abbiamo avuto una videoconferenza con un ospedale a Houston, in Texas. Si organizzano sul nostro modello».

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