L’ex ad Anas: “Il Mit poteva controllare il ponte Morandi, ma sono pochi i fondi e i tecnici competenti”

Il rapporto tra la struttura pubblica e il colosso privato che macina utili pende a favore di Autostrade . Stop ai rientri degli sfollati

L’ex ad Anas: “Il Mit poteva controllare il ponte Morandi, ma sono pochi i fondi e i tecnici competenti”

Vittorio Armani, ad dimissionario di Anas, è stato sentito ieri come testimone nell’indagine del crollo del ponte Morandi.

Il Mit aveva gli strumenti per controllare

Tre ore di interrogatorio davanti al pm Massimo Terrile durante le quali – scrive Il Secolo XIX – Armani ha affermato che l’ufficio di vigilanza autostradale di Genova e le relative direzioni del Mit avevano tutti gli strumenti per approfondire i controlli sulla sicurezza del ponte Morandi. “La sede di Genova, teoricamente – ha detto – gestisce integralmente il contatto con Autostrade e dunque può fare tutti i controlli che vuole”.

Pochi fondi e poche persone competenti

Armani ha anche raccontato le difficoltà che incontravano i tecnici del Mit chiamati ad effettuare i controlli: la pubblica amministrazione “ha pochi fondi, poche persone competenti e ne ha ridotto il numero strutturalmente”.

Da una parte, scrive Repubblica Genova, una struttura pubblica con pochi fondi e poche persone competenti, che perde risorse e uomini, dall’altra, un colosso privato che macina utili: “Così il rapporto tra la Spa, Autostrade per l’Italia, e l’organismo che dovrebbe vigilare sulla concessione della rete autostradale, il ministero delle Infrastrutture, rischia di pendere dalla parte della prima”.

Consegnato il piano di collaudo degli anni ‘70

Il super dirigente ha consegnato ai magistrati il piano di collaudo del viadotto effettuato negli anni ’70, che, scrive Repubblica Genova, non era stato ancora trovato dagli investigatori ed era l’unico che ancora mancava sulla genesi della struttura: la documentazione era custodita negli archivi dell’Anas.

Armani ha poi sottolineato l’estraneità di Anas alla vicenda Morandi: “Dal 2012 siamo fuori da tutto” – ha spiegato – da quella data, a vigilare su Autostrade non è stata più Anas ma il Mit.

L’ad di Anas ha aggiunto che non ritiene sufficiente controllare la stabilità di un viadotto sulla base delle carte: “Credo che si debba andare sul posto, fare dei sopralluoghi, cercare di capire. Non so cosa sia stato fatto”. Ha anche dichiarato che, a posteriori, ci sono tanti segnali di criticità che potevano essere colti e che “le problematiche legate alla burocrazia” possono aver rallentato i controlli.

Gli interrogatori futuri

Sono tutti appartenenti al Mit e al Provveditorato ai lavori pubblici della Liguria (emanazione del Mit) i testimoni che devono ancora essere sentiti dai pm. A partire dal più alto in grado, Vincenzo Cinelli, responsabile della Direzione generale vigilanza autostradale del Mit nel 2014 su proposta dell’ex ministro Graziano Delrio e confermato Toninelli. È ancora da sentire anche il capo dell’ufficio ispettivo territoriale, Carmine Testa. Non è ancora stato chiamato dai magistrati anche il provveditore alle opere pubbliche di Piemonte, Liguria e Val d’Aosta, Roberto Ferrazza, che aveva depositato una memoria e aveva reso spontanee dichiarazioni ai pm.

Attesi per domani i risultati delle analisi sui reperti inviati in Svizzera

La notizia è battuta da Ansa Liguria e ripresa dai quotidiani genovesi: i reperti inviati all’Empa di Dubendorf, in Svizzera, torneranno domattina a Genova.

I finanzieri li prenderanno in consegna al confine e li scorteranno fino all’hangar dell’Amiu, dove si trovano gli altri detriti. In un paio di giorni, gli esperti invieranno anche i risultati delle analisi, dalle quali emergerà lo stato di conservazione e di deterioramento dei materiali, che saranno consegnati ai tre periti del gip, che li elaboreranno per farli confluire nella relazione finale.

Stop ai traslochi degli sfollati: sono finiti i soldi

L’edizione genovese di Repubblica parla chiaro: i soldi sono finiti e i traslochi degli sfollati sono rimandati a data da definirsi.

Il Comune di Genova ha tirato fuori di tasca propria più di un milione di euro per consentire alle famiglie di via Porro di recuperare i propri beni: ora il plafond è finito: “Avevamo stanziato 800 mila euro per coprire i costi dei traslocatori, quindi gru con pedane e furgoni, più gli straordinari dei vigili del fuoco – dichiara l’assessore Piciocchi – ma quella cifra è stata superata e non di poco, perché abbiamo speso un milione abbondante”. Troppo impegnativo organizzare un altro giro.

Gli accessi dovevano originariamente essere solo due, poi il Comune ne ha fatti tre. Ora gli sfollati chiedono di effettuarne un quarto: “è davvero difficile – dichiara l’assessore – ma vedremo in futuro se sarà possibile, magari dopo la demolizione dei monconi”.

Il consigliere delegato alla Protezione Civile, Sergio Gambino, dichiara anche che le famiglie che hanno chiesto un quarto accesso sono un centinaio su 283. “La maggior parte ha chiesto di entrare nelle cantine e qualcuno negli appartamenti. Stiamo facendo una valutazione dei costi per trovare la soluzione più economica, che potrebbe essere quella di portare via a mano qualcosa, ma non sarà impossibile recuperare altri mobili e arredi”.

A gravare sulla situazione dei traslochi c’è la scadenza del contratto di affitto del Bic, prevista per il 15 dicembre: entro quella data i magazzini devono essere svuotati, ma le famiglie che hanno perso la casa hanno completamente riempito gli spazi dell’incubatore di imprese in via Greto di Cornigliano.

“Al momento abbiamo ancora 2500 scatoloni – spiega Gambino – e 48 spazi occupati da mobili, letti, di tutto e di più”. I beni degli sfollati rischiano quindi di venire sfrattati. “Sono sicuro che riusciremo in tempo a svuotare le aree, ma in caso contrario cercheremo una soluzione con un nuovo contratto, almeno per un magazzino. Capiamo che i ricordi sono ricordi e faremo il possibile per accontentare tutti”.

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