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Zaccheroni: «Io non avevo pupilli. Il rapporto con i giocatori era professionale, evitavo di frequentarli fuori dal campo»

A Sportweek: «Faccio il pensionato. Ho chiuso il mio viaggio nel calcio in Giappone. Sono stato fortunato, nella vita. Sono vivo per miracolo»

Zaccheroni: «Io non avevo pupilli. Il rapporto con i giocatori era professionale, evitavo di frequentarli fuori dal campo»
Db Cesena 30/07/2014 - amichevole / Cesena-Juventus / foto Daniele Buffa/Image Sport nella foto: Alberto Zaccheroni

Alberto Zaccheroni ha rilasciato un’intervista a Sportweek dove ripercorre la sua vita nel calcio. Tra le squadre allenate, i campioni avuti in rosa e il tragico incidente in casa che lo ha mandato in coma per tre mesi. Era scivolato in casa, dalle scale. Ne è uscito e ora torna a viaggiare. In bicicletta, sul molo, dove c’è il faro e il «tramonto più bello del mondo». Perde alcune diottrie, ma non la memoria. Adesso ha 71 anni e dice: «Faccio il pensionato, mi godo la famiglia. Sì, ho fatto molte cose e ho un po’ di dolce nostalgia del passato. Non ho giocato molto, ma ho allenato le squadre più belle e più grandi».

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Zaccheroni: «Ho chiuso il mio viaggio nel calcio in Giappone»

Debutta in A con l’Udinese a 42anni. Un ricordo particolare?
«In casa, contro il Cagliari allenato da Trapattoni. Lui festeggiava la sua seicentesima panchina in Serie A, io la prima».

Segnò Oliver Bierhoff. Il centravanti tedesco era il suo pupillo?
«No. Io non avevo pupilli. Il rapporto con i giocatori era professionale. Evitavo di frequentarli fuori dal campo. Ho sempre preteso da loro la massima disponibilità, il mio obiettivo era metterli nelle condizioni di rendere al massimo».

Ne ha avuti molti. Grandi campioni: Bierhoff a Udine, Shevchenko al Milan, Mihajlovic alla Lazio, Adriano all’Inter, Del Piero alla Juve. Qualcuno dentro il cuore le sarà rimasto?
«Se proprio mi costringe, un nome lo faccio: Dejan Stankovic. Per me era come un figlio, un ragazzo generosissimo. Quando sono arrivato alla Lazio non giocava e mi ha detto: “Io sono qui, se ha bisogno di un portiere faccio anche quello”. L’ho liberato dai vincoli tattici, doveva sprigionare la sua energia e la sua qualità. Per lui ho fatto uno strappo, una cosa unica nella mia carriera».

Diventa c.t. del Giappone e vince la Coppa d’Asia. Diventa l’italiano più famoso del Sol Levante.
«Una sfida affascinante. Mi hanno chiamato e chiesto di provarci. Ho risposto: subito. Avevo già un piede sull’aereo. Al di là dell’impegno calcistico, era l’occasione per scoprire un mondo nuovo, un grande Paese. Ci sono rimasto quattro anni, ho lavorato benissimo».

«Sono tornato lo scorso settembre, c’è stata una grande festa, molto emozionante, mi ha ricevuto e premiato la Principessa Hisako Takamado. Lì ho chiuso il mio viaggio nel calcio. Sono stato fortunato, nella vita. Sono vivo per miracolo. L’anno scorso sono caduto in casa, dalle scale. Non ricordo come è successo, forse avevo in braccio la cagnetta di mio figlio Luca e ho perso l’equilibro. Mia moglie Fulvia mi ha trovato in un lago di sangue. Ho picchiato la testa, emorragia, sono stato in ospedale tre mesi, settimane in coma. Mi hanno operato, ho fatto la riabilitazione. Adesso sto bene, giro in bici, faccio sport, guido la macchina. E viaggio». conclude Zaccheroni.

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