Napoli-Chievo, Stefano Sorrentino a casa di papà Roberto

Calcio in soffitta: amarcod familiare per il match tra Napoli e Chievo, Sorrentino senior è stato portiere della primavera azzurra.

Napoli-Chievo, Stefano Sorrentino a casa di papà Roberto

Gli anni d’oro delle giovanili del Napoli

Una sola volta. In panchina, a 21 anni. Mancava Carmignani, assente Favaro, le gerarchie dicevano prima Fiore e poi lui, quarto potenziale portiere del Napoli ma titolare, a partite alterne, tra i pali della Primavera azzurra. Lui è Roberto Sorrentino, classe 1955, e quando il “Napolino” di Rosario Rivellino vince il Trofeo di Viareggio nel 1975 è titolare al pari di Pasqualone Fiore, un gradino più avanti di lui avendo già assaggiato l’aria della prima squadra.

Nell’era delle formazioni base il suo nome faceva capolino quà e là tra i pali della Primavera azzurra comandando una difesa che schierava Scarpitti, Parasmo, Zambon e Punziano, un centrocampo con Masiello, Jovino e Armidoro ed un attacco dove giravano giovani speranze come Coco, Qualano e Bacchiocci. Aveva solo 20 anni, mostrava nervi d’acciaio e qualcuno già gli pronosticava un futuro in serie A. Quando gli azzurrini vinsero la “Coppa Carnevale” nella finale contro la Lazio di Giordano, Manfredonia, Apuzzo e Di Chiara lui c’era ma il titolare fu Fiore, di due anni più grande e giocatore di lungo corso di una formazione di baldi ragazzi che Rosario Rivellino aveva cresciuto ed adottato come figli.

Il Napoli Primavera negli anni Settanta, in basso a destra c’è un giovanissimo massaggiatore: Salvatore Carmando

Il 1975 fu l’anno d’oro del settore giovanile del Napoli perchè le tre formazioni, la Primavera, la Beretti e gli Allievi, furono protagoniste dei rispettivi campionati. I boys di Rivellino furono anche ad un passo dalla conquista dello scudetto, andato poi al Brescia di un giovane Beccalossi dopo un estenuante spareggio durato tre partite e 270 minuti. Furono gli anni in cui si lodava la ‘cantera’ del Napoli, dove non mancava mai la consueta passerella al San Paolo, in divisa sociale, in una delle gare casalinghe del Napoli, dove il neonato Campo Paradiso di Soccavo divenne la fucina di talenti dove far allenare le migliori giovani promesse del Sud Italia.

Fiorentina-Napoli

L’anno dopo la vittoria nella “Coppa Carnevale” molti di questi giocatori furono dati in prestito in B e in C, i dirigenti li volevano far crescere nell’inferno dei campionati minori, quelli più caldi, quelli dove ti tempri e diventi giocatore vero. Per loro un biglietto di andata e ritorno, andate, fatevi le ossa e tornate. Fu in questo frangente che Sorrentino, sempre più apprezzato dai dirigenti azzurri, Janich e Paolo Fino in primis, divenne titolare della squadra Primavera. Fiore stava per spiccare il grande salto, fu dato in prestito alla Paganese dove in 38 partite subì solo 18 gol e l’anno successivo si trovò in B con l’Avellino. Qui si sentì chiuso da Piotti e non scese mai in campo, così fece un rapido passaggio al Como, ancora in B, prima di essere ripreso dal Napoli dove diventò secondo di Castellini fino al 1984.

Il caso volle che arrivasse il gran giorno anche per Roberto quando, per la contemporanea assenza del titolare Carmignani e del suo secondo Favaro, il Napoli fu obbligato a schierare Fiore da titolare nella gara contro il Bologna dell’11 gennaio 1976. In panchina ci andò proprio lui, il biondino alto e dalle spalle larghe. Sorrentino, napoletano di nascita e di adozione. La cosa curiosa di questa presenza in panca tra Pogliana e Vavassori, rispettivamente tredicesimo e quattordicesimo quel giorno, fu che il Napoli lo dovette ‘richiamare’ dal prestito al Gladiator dove lo aveva mandato a fare esperienza in D.

La scheda di un giovanissimo Roberto Sorrentino

Le note dei giornali il giorno dopo, prevedendo la unicità della presenza in panchina, sottolinearono come “domenica prossima Sorrentino tornerà a difendere la porta del Gladiator”. Questa sorta di prestito, in cui il Napoli era il proprietario del cartellino del giocatore, era uno escamotage che il regolamento consentiva per gli atleti in servizio militare.

Le cronache del lunedì furono un pò impietose e misero in evidenza come a Fiore fosse andato tutto per il verso sbagliato avendo subito due reti in contropiede da Chiodi e come il giovane portiere non avesse mostrato la necessaria sicurezza per affrontare una gara di serie A. Il segreto di Pulcinella? A Fiore tremarono le gambe quella domenica, questa fu la verità. Trovarsi davanti a 85000 spettatori, subire il primo gol dopo appena 15 secondi di gioco, gli sembrò come scalare una montagna senza i necessari attrezzi. E pagò.

Immaginiamo cosa potesse pensare dalla panchina Sorrentino, pronto a subentrare solo in caso di infortunio, guardando il numero uno in maglia verde affrontare marpioni come Clerici e Chiodi. Sarebbe stato oltremodo paradossale far uscire un confuso Fiore per mettere dentro il quarto portiere. Vinicio non lo fece, non se la sentì, perchè la partita la raddrizzò Peppe Massa con un gol capolavoro all’86. Due a due, pari e patta.

Stefano Sorrentino

L’anno successivo anche per Sorrentino arrivò il momento del prestito ‘serio’, quello dove si può giocare un intero campionato da titolare e dimostrare il proprio valore. Tre begli anni in provincia, uno alla Nocerina e due alla Paganese con un rendimento altissimo, gli valsero il gran salto in una piazza ambita come Catania. Quando nel 1979 lascia la Campania per trasferirsi in Sicilia Roberto è un neo papà, ha portato la moglie in ospedale a Cava dei Tirreni dove nasce il suo primogenito. Il virgulto, l’erede, si chiama Stefano.

Così Sorrentino padre di giorno para, si allena e sgobba per diventare un ottimo portiere, di notte viene svegliato dai pianti del neonato maschietto. Chissà se in quei vagiti e in quelle lacrime Roberto sente odore di ‘eredità’, chissà se era scritto nel suo destino che il figlio avrebbe fatto una lunghissima carriera e avrebbe incrociato più volte sulla sua strada il Napoli con le maglie di Chievo e Palermo.

Gli etnei, il ‘Cibali’, dunque. A Sorrentino bastò un anno per far ritornare il Catania nel posto che meritava, la Serie B. Dopo un biennio di purgatorio i siciliani ottennero la meritata promozione nel massimo campionato. Mancavano sul massimo palcoscenico dalla stagione 1970-71. Ebbene a Sorrentino, sempre più protagonista, consegnarono il lucchetto della porta e buttarono le chiavi, era lui il titolare inamovibile, lui uno dei leader riconosciuti della squadra. Giocatore dall’aspetto ormai maturo, che il baffo faceva sembrare ancora più grande di età, il portiere partenopeo, nonostante comandasse una difesa fatta di giocatori esperti come Mastropasqua, Mosti, Chinellato, Ranieri (sì, mister Leicester!) e il brasiliano Pedrinho, purtroppo non riuscì ad evitare la retrocessione in seconda serie a fine campionato.

Di nuovo al San Paolo

Sorrentino, quindi, rivide lo stadio San Paolo. Quello che gli aveva fatto sentire il profumo della massima serie da quarto/secondo portiere degli azzurri, otto anni dopo quel Napoli-Bologna in cui aveva fatto da spettatore ed aveva sofferto per le pugnalate date al suo amico Fiore da un Chiodi trasformatosi in… fachiro. Grande sembrò la voglia di rivalsa, enorme il suo voler dimostrare di essere un buon portiere. Nonostante un inizio scoppiettante e da ‘gatto felino’ dove parò l’impossibile, il numero uno etneo dovette inchinarsi tre volte a raccogliere la palla nella rete. Era un Napoli che viveva di sprazzi e di paure, di discrete partite ma anche di approssimazione. Una squadra che conquistò la matematica permanenza in A proprio quella domenica contro il Catania.

Sorrentino a Catania, nella stagione in Serie A (1983/84)

Quel giorno, il 15 aprile del 1984, Eupalla uscì dalle sfere celesti e piombò su Fuorigrotta per una delle gare più belle dell’anno. Tre a zero il risultato finale ma anche due pali, uno di Frappampina ed uno di Pellegrini. Prima una punizione bomba di Josè Guimares Dirceu sbloccò il risultato, poi un tap-in di Dal Fiume da pochi metri ed infine una rabbiosa rete di Pellegrini che si era dovuto sorbire i fischi dei tifosi per tutta la gara. Un gol che fu anche ‘liberazione’ dopo un anno e mezzo di astinenza!

Dopo essere stato uno dei pilastri del Catania, a ciclo finito, Sorrentino si trasferisce in Sardegna, al Cagliari, per giocare ancora quattro anni da protagonista. Successivamente all’amara retrocessione in C dei sardi, il baffuto goalkeeper capisce che è in parabola discendente. E allora può accontentarsi anche di un ruolo da comprimario, può andare a fare il secondo in una squadra di metà classifica in A. Potrebbe essere questa la degna  conclusione di una carriera iniziata, lo possiamo dire senza ombra di smentita, una domenica sotto un cielo plumbeo, quella di Napoli-Bologna 2 a 2. Lo chiama proprio il Bologna di Maifredi che cerca una chioccia per il giovane Cusin e Sorrentino accetta di buon grado.

L’ultima passerella

Il destino del portiere ha, dunque, ancora il colore rossoblu, come la sua prima panchina in A, quando gli azzurri incrociano i felsinei guidati in campo da Pecci. Quattro anni dopo la gara col Catania, quando a 35 anni Sorrentino stava giocando il suo ultimo campionato di A col Bologna, ci fu l’ultima passerella in quello che poteva essere il suo stadio ma non lo fu mai. Ad una settimana dal Natale, i rossoblu sono di scena a Napoli contro una squadra che incanta e dà spettacolo; Careca e Maradona sono funamboli e circensi, velocisti e giocolieri, inventano calcio e giocate che oggi vedremmo e rivedremmo mille volte nei salotti e nelle trasmissioni televisive.

Alla fine degli anni ’80 probabilmente li avremmo visti solo negli highlight di “Novantesimo Minuto”, “Domenica Sprint” e “Domenica Sportiva” ma la goduria era davvero irrefrenabile. Il 18 dicembre 1988 la squadra di Maifredi scende al San Paolo e Sorrentino tenta, contro quei mostri sacri, di fare la sua bella figura. Prima para una punizione di Maradona ma poi non può nulla sul colpo di testa di Careca e sulla successiva doppietta di Diego – che festeggia il Natale con i suoi cari venuti dall’Argentina. Demol su rigore chiude la gara sul 3 a 1 per i padroni di casa, è il gol della bandiera del Bologna.

Sorrentino a Bologna

Dopo aver allenato i portieri della Juve (dove ha ‘svezzato’ il figlio) e del Torino, Sorrentino ha fatto una lunga carriera da coach. Oggi è ancora ‘in campo’, in Serie D nell’Argentina di Arma di Taggia. Il suo baffo tuttora non si arrende. Nemico del Bologna nel 1976 da giovane panchinaro, portiere titolare coi rossoblu nel 1988 contro il ‘suo’ Napoli. Anche questo è stato un circuito dove, dopo tanti giri, si è avuto uno ‘stop’. Forse per smettere veramente aspetta che suo figlio, a 40 anni, con la probabile retrocessione del Chievo, dica basta. Per chiudere un magico cerchio ‘familiare’ fatto di voli nel sette ed uscite spericolate.

 

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