Allegri è il Salieri del calcio italiano

È molto bravo ma è vittima del veganismo calcistico. Vive in un costante stato di subordinazione intellettuale e di consenso. Sa che non lascerà il segno

Allegri è il Salieri del calcio italiano
Photo Matteo Ciambelli

Costante subordinazione

Esistono uomini di talento e uomini che ne sono privi, ma più numerose ancora sono le diverse sfumature di umanità tra queste due classi di persone. Una di esse fu magistralmente rappresentata dall’Antonio Salieri interpretato da Murray Abraham nel celebre film Amadeus: l’insieme degli uomini privi di reale talento ma dotati della necessaria profondità di intelligenza per riconoscere talento nel prossimo. Il regista ceco Miloš Forman ne fornì una splendida e tragica icona, segnata dal destino di possedere ogni strumento per comprendere ed apprezzare la straordinarietà di taluni essere umani, pur rimanendo drammaticamente sprovvisti di quello stesso talento.

Massimiliano Allegri è un autentico Antonio Salieri del calcio italiano, con una storia se possibile ancora più ricca, vero oro per un possibile sceneggiatore astuto e con un po’ di naso. Egli è un allenatore assai capace, discretamente vincente – molto in Italia, seppure in un momento in cui oltre la Juventus c’è pochissimo altro, ma nulla in Europa, dove pare avvenire tutto ciò che conta – con la rara dote di saper leggere la gara e saperla interpretare avendo su di essa un impatto decisivo. Eppure, ha vissuto la sua carriera da leader nel suo campo in uno storico e bizzarro stato di costante subordinazione, se non intellettuale, di sicuro di consenso.

Vittima del modaiolo veganismo calcistico

Negli ultimi tre anni è stato tartassato da una serie di critiche, in larga parte ingiustificate, circa lo scadente senso estetico del suo calcio, complice l’ultima incarnazione del guardiolismo, che ha trovato in Italia una più casereccia e meno vincente versione nel cosiddetto sarrismo. Con poca fortuna, Allegri è rimasto vittima del modaiolo veganismo calcistico dei nostri giorni, che impone che una conclusione a rete che preveda meno di quaranta passaggi tra gli undici giocatori sia un refuso da condannare severamente. A tal punto che, pur vincendo campionati a raffica e perdendo Champions solo in finale, non è riuscito ad imporsi come un modello universalmente riconosciuto di allenatore di successo. In questo paradosso, va detto, c’è da leggere tutto il delirante stato di disinteresse per la realtà che ormai permea il nostro paese, calcistico e non.

CR7 come Giuseppe II d’Austria

Quando Sarri è approdato in Premier, il Salieri della panchina ha dovuto concedersi un sospiro di sollievo. Non per molto, tuttavia. Ancelotti, infatti, è stato senz’altro un duro colpo per Allegri, che ha salutato immediatamente il tecnico di Reggiolo come fa chi ha l’occhio abituato a riconoscere chi è davvero capace, persino troppo. L’allenatore bianconero, cui ora è concesso anche l’agio di vivere nel lusso spinto dei cristianoronaldici – proprio come Salieri aveva il privilegio di vivere alla corte di Giuseppe II d’Austria – sa che, per quanto lui si sforzi di completare la sua opera Eraclito e Democrito, nessuno dei posteri sani di mente potrà far posto ad essa nella propria memoria trascurando il Don Giovanni di Amadeus, che rimane, volenti o nolenti, il protagonista.

Il mozartiano Ancelotti vince la Decima, deve faticare nel farsi largo tra i trofei custoditi nella sua bacheca per trovare la Champions vinta nel 2003 contro la Juve, posta una foto su Instagram e d’improvviso uno tra Ibrahimovic e Benzema appone il proprio like; il salieriano Allegri, dopo una estate puntellata da qualche minore battibecco col suo ex centrale d’oro Bonucci – poi prontamente tornato con la cenere sul capo dopo la breve tragicomica milanista ma, ci giureremmo, non proprio un amicone del Max in panchina – domina una partita (ininfluente) per ottantacinque minuti contro lo United, la perde negli ultimi cinque e basta una mano di Mourinho appoggiata all’orecchio per gettare nell’oblio anni di sacrifici, per dare riprova del fatto che l’aurea quasi mistica di taluni allenatori gli è sostanzialmente inarrivabile.

Suscita una certa umana simpatia

Suscita una certa umana simpatia, Allegri. È bravo ma perennemente fuori tempo, sempre nerboruto nella risposta piccata ma mostrando spesso una mancanza di autenticità, perché tutto sommato, avendo un cervello, non subisce troppo neppure lui il fascino della doppiezza dei salotti bene bianconeri. Li frequenta con disillusione. Soffre, piuttosto, da buon Salieri, il fatto che, un domani, quando tornerà a parlare della sua esperienza torinese, una sua mano all’orecchio o una sua battuta ficcante contro gli ultras della sua ex squadra – che di sicuro lo tartasseranno come e più di oggi – non susciterà alcun effetto, perché gli manca il carisma, il tocco geniale. Per questo finge di rispondere un po’ ostinato a chi lo accusa, ma tutto sommato non ci crede davvero neppure lui. Fa entrare il difensore per coprirsi in casa nella gara di Champions con la disinvoltura di chi sa che, in ogni caso, non lascerà un segno.

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