Il cambiamento di Ancelotti passa per l’assunzione di responsabilità individuale

Dobbiamo arrivare alla consapevolezza che non facciamo schifo. È una chiamata al nostro atavico complesso di inferiorità mascherato da folklore

Il cambiamento di Ancelotti passa per l’assunzione di responsabilità individuale

Nulla di inatteso

Per molte ragioni, ho deciso di vivere questa stagione calcistica del Napoli in modo di-sperato. Ancora rimpiango i due anni che avrei potuto usare per imparare a giocare bene a briscola e che ho invece adoperato a disquisire della posizione di Hamsik nel sistema di Benitez. Aveva ragione quell’amico: “Once papponista, forever papponista” – la regola aurea è questa.

Quindi di seguito lascio le mie due inutili righe sul Napoli: nulla di inatteso. Avviene in campo qualcosa che la enorme parte si rifiuta di comprendere e per motivi di sopravvivenza psichica reinterpreta in chiave cospirativa (il meccanismo che induce a pensare che Ancelotti schieri i non titolatissimi per fare un piacere al presidente è il medesimo che porta a dire che i vaccini sono imposti dallo stato per legami economici con le multinazionali rettiliane del farmaco, non si scappa). Il problema è ancora maggiore oggi, perché se lo fai timidamente notare sei radical-chic (o buonista, dipende dai casi).

A Marassi abbiamo rivisto lo “zweikampf”

Dunque: Ancelotti sta provando una follia. Addirittura una transizione. Roba da matti. Sta sostituendo i cicler ad un motore funzionante mentre l’aereo è in volo. Ha mosso il modulo ma, mi perdonino gli esperti, è l’ultima cosa cui dare importanza. La transizione conduce anzitutto degli uomini abituati, con profitto, a superare i propri limiti attraverso l’organizzazione automatica del gioco a provare ora a superarli attraverso l’assunzione di responsabilità individuale. La responsabilità della decisione e la necessità di sostenerne le  conseguenze, magari rimanendo in panca tra primo e secondo tempo. Non più dei compiti ma dei ruoli, come ha scritto bene Alfonso Fasano.

In campo a Marassi, ad esempio, abbiamo ammirato di nuovo qualcosa che era dato ormai per scomparso: l’uno contro uno, lo “zweikampf” tedesco, il duello. Ce l’ha riportato a casa un franco algerino, ladro di destrezza. Stiamo iniziando ad abituarci a conoscere i limiti tecnici dei singoli che il lubrificatissimo sistema precedente aveva reso funzionali, riscoprendo così che, per esempio, Hysaj non è esattamente un’aquila se deve prendere un’iniziativa.

Tutto ciò costerà fatica e tempo

La domanda è: perché dobbiamo cambiare? Da cosa siamo costretti? A questo quesito esistenziale dovete accettare che non esista risposta esatta. Anzi sì: perché a noi, che non crediamo ad Ancelotti in pensione a Napoli ed ai rettiliani a governare, piace. Ci fa ringiovanire. Su una cosa possiamo però concordare: negli ultimi anni non si è vinto nulla e ora si sta provando a modificarsi per vincere qualcosa, attraverso questo “empowering” dei singoli che dia più chance a tutti di adattarsi al contesto. Niente infatti, storicamente, si confà al mondo circostante più di un uomo che alza la testa e decide, in quel momento, dove andare. Almeno così la pensa Ancelotti e io credo abbia ragione.

Tutto ciò costerà fatica e tempo. Dopo due bottini pieni Ancelotti ha provato a dare la prima scossa e la scocca è andata paurosamente in risonanza. Non tutto, però, è fallito. Oggi sappiamo che dove non è riuscito a condurci un sistema deve provare a portarci la consapevolezza che non facciamo schifo. Questa è una chiamata al nostro atavico complesso di inferiorità mascherato da folklore – quello che porta gente del meridione a votare per un tizio che li ha sempre considerati feccia in passato solo perché quel tale oggi dice che c’è chi fa più schifo ancora dei meridionali, ovvero “i migranti”. La vita è strana.

A Carlo Ancelotti faremo da scudieri. Contro l’aridità dei fondi dei giornali sportivi che hanno preso ormai il posto delle veline democristiane. A noi, lo diciamo senza timore, del numero di tiri di Ronaldo a partita potrebbe non fregarcene niente – è una concreta possibilità – avendo visto da queste parti gente discretamente più talentuosa. Ci interessa più la transizione che non depauperi il passato ma lo valorizzi. Ci interessano le idee di chi lavora. E, tutto sommato, visto che abbiamo – in tre partite – abbattuto due dirette concorrenti, penso che si possa stare tutti allegri e andare a fare gli ultimi due bagni in serenità.

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