Il nuovo equilibrio del Napoli tra gioco, mentalità e fase difensiva

Come il Napoli è riuscito a migliorare il suo rendimento arretrato (ovvero, quello che gli serviva): da Benitez a Sarri, teorie e tecniche della “difesa in avanti”.

Il nuovo equilibrio del Napoli tra gioco, mentalità e fase difensiva
Hysaj e Sarri /Carlo Hermann

Il campo, oltre la retorica

Ieri abbiamo analizzato la parte teorica, quindi anche retorica, della grande rivoluzione difensiva in atto nel Napoli. La squadra di Sarri ha la miglior retroguardia della Serie A, per rendimento grezzo (13 gol subiti in 20 partite) e anche per conclusioni concesse agli avversari (ora sono 7.5 per match). Dal punto di vista puramente tattico, non abbiamo assistito a cambiamenti che possano identificare il differenziale tra il Napoli del passato e questa nuova edizione.

Il Napoli, in fase difensiva come offensiva, concretizza da tre anni i principi del gioco di posizione. Parliamo di un modello che si basa sul concetto semplice – eppure difficilissimo da attuare – dell’aumento della densità nell’area di campo in cui c’è il pallone. In questo momento ci stiamo concentrando sul rendimento difensivo, quindi spiegheremo soprattutto questa parte: si tratta di un sistema che, muovendo molti giocatori secondo la direzione della palla, ha come obiettivo fondamentale l’accorciamento degli spazi tra i reparti. Le conseguenze in caso di dispositivo funzionante: l’annullamento delle profondità alle spalle della linea difensiva, che resta sempre alta; la riduzione delle distanze da coprire per i calciatori che quindi minimizzano lo spreco di energie.

Sono idee riconducibili al gioco di Cruijff, Guardiola, Sacchi – insomma a quella generazione di allenatori discepoli del Calcio Totale. Concetti che poi in qualche modo si “spostano in avanti”, dando vita a una fase offensiva che può avere varie forme. Ma il punto di questo pezzo è un’analisi del miglioramento difensivo del Napoli e quindi ci concentriamo solo su quello.

Cos’è cambiato (nella testa)

Sopra abbiamo scritto di come il Napoli utilizzi questo modello da tre anni. Quello che vediamo in questa stagione è l’ultimo stadio di un’evoluzione ideata da Benitez che aveva già avviato la transizione dal calcio basico e di rimessa di Mazzarri verso concetti più avanzati – un aggettivo dal duplice significato, in questo caso: sta per “offensivo” come per “progredito”. Il processo si è compiuto con Sarri che ha avuto e sviluppato l’idea di alzare l’intensità del pressing  e quindi dello sforzo fisico pur di mascherare difetti di concentrazione e di gioventù. Ovvero, il grande problema di questa squadra.

Che ora si è risolto, almeno stando ai numeri e alle percezioni della giornata numero 20. Il Napoli, torniamo al punto iniziale, è una squadra che subisce poco. Che difende bene, quindi, che conclude quasi tutte le partite con Reina praticamente inoperoso. Questione di crescita tattica e fisica, che forgia la famosa mentalità. Nel postpartita di ieri, Sarri ha spiegato proprio questo: «Abbiamo eliminato qualche gol stupido che subivamo l’anno scorso, a risultato già acquisito. Questo ha contribuito alla costruzione di una mentalità difensiva importante, non vogliamo mai prendere gol». Reina è uscito imbattuto da 9 partite su 19, in campionato; una su una per Gigi Sepe. Dieci su venti in totale, una sola in meno della Juventus.

Cos’è cambiato (nel gioco)

Dal punto di vista pratico, ovvero quello del campo, il nuovo Napoli ha mostrato caratteristiche affini al discorso fatto appena sopra, quello della mentalità. È una squadra che vuole sempre autodeterminare il risultato, tiene sempre il pallone e cerca sempre il modo di essere pericolosa in avanti. Ma il suo dominio del possesso, in questa stagione, è anche di governo. È gestione del ritmo, dell’intensità, è lettura dei tempi della partita. L’avevamo scritto già qualche tempo fa, analizzando il sistema difensivo del Napoli anche nei movimenti, nei posizionamenti: «L’intensità che nelle ultime due stagioni convogliava tutta in una manovra offensiva continua, martellante, quindi esaltante, ora è maggiormente canalizzata nella fase di recupero del pallone».

Il Napoli di oggi è una squadra che difende in maniera aggressiva sempre, perché questa è la sua natura. È un modo di attaccare difendendosi, anche nei momenti in cui il pallone ce l’hanno gli avversari. In fase offensiva, il Napoli è invece meno esplosivo. Non meno brillante nella sua espressione di gioco, ma meno incalzante e forse anche meno intenso, se non quando il risultato comincia ad essere scomodo – una dinamica spiegata anche da Alfonso Fasano nell’analisi tattica del match contro il Verona.

Il discorso che abbiamo fatto è quindi misto, anzi è un circuito che si autoalimenta: il miglioramento dei calciatori e del sistema ha portato all’acquisizione di una maggiore consapevolezza del sé, che porta a un miglior rendimento difensivo. È il miglioramento che serviva a questa squadra, dopo due anni di ricerca e miglioramento continui. In questo momento, il Napoli è una squadra che ha trovato un equilibrio partendo dall’idea di imporre il suo gioco, i suoi ritmi, il suo stile. Può funzionare, anche guardando alla difesa. Persino in Italia. Sta funzionando.

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