Da Nyc a Napoli: «Musei trascurati, l’Archeologico è sporco, c’è una mosca in una teca. Non avete gli shop»

Da Nyc a Napoli: «Musei trascurati, l’Archeologico è sporco, c’è una mosca in una teca. Non avete gli shop»

Questa è la fila per visitare gratis il museo archeologico di Napoli di domenica 1° maggio. Una lunga attesa per i turisti desiderosi di ammirare i reperti unici presenti nel nostro museo, attesa che non sembra scoraggiarli. Guide alla mano, si scambiano impressioni su ciò che hanno già visto e su cosa si aspettano di trovare. All’interno tanta confusione, nessuna indicazione per il percorso da seguire per visitare le collezioni e persino un ragazzo del bar che porta il caffè ai guardiani seduti a chiacchierare sotto i quadri di Batman.

Viene spontaneo chiedersi allora quale sia l’idea che il nostro patrimonio di opere d’arte lascia a chi viene a Napoli per scoprirlo. Caroline Howard Hyman ha lavorato 20 anni al Metropolitan Museum prima di ritirarsi e dedicarsi ad una sua collezione personale di vedute delle città italiane. Questo week end è volata a Napoli dalla Francia dove era in visita; pochi giorni, un tour studiato, con appuntamenti precisi e guide turistiche prenotate. È stata a Capodimonte, al Museo Archeologico, poi a Pozzuoli e al centro storico, ma anche nel rione Luzzati per scoprire i luoghi di Elena Ferrante con Francesca Siniscalchi oramai nota come la guida de L’amica geniale.

Una donna minuta, con una voce sottile e i modi gentili. «Sono entusiasta dell’arte che si respira ovunque in questa città – racconta bevendo un aperitivo al bar del Grand Hotel Vesuvio – ma sono rimasta colpita dalla trascuratezza e dall’approssimazione. Ho trovato difficoltà a reperire informazioni sugli orari e i giorni di chiusura dei musei di cui non avevo prenotato la guida e dove volevo andare da sola, giusto una rivista in camera: Where Naples. Qui non esiste Uber e per prenotare un taxi devi ricorrere alla reception dell’hotel, impensabile a New York».

Non usa toni duri, non vuole criticare, è realmente dispiaciuta perché non ha potuto godere appieno della sua permanenza in città. «Avete opere d’arte uniche – commenta – ma anche tanta incuria e sporcizia. Al Museo Archeologico era tutto sporco, polvere ovunque e postazioni vuote. Addirittura in una teca era chiuso un moscone. È impensabile tenere così opere di valore inestimabile». Questo secondo lei è uno dei motivi per cui probabilmente dall’estero i musei preferiscono non prestare le proprie opere ai musei napoletani. Le sue parole non appaiono come sterile accusa, ma come un’accorata richiesta di miglioramento che urge. «I napoletani mi odieranno – si rammarica – ma è un peccato sprecare un simile patrimonio così».

È andata al Museo Archeologico per ammirare la sezione greca ed alcune opere che sapeva essere parte della collezione, ma ha trovato la sezione è chiusa e di quelle opere non c’era traccia. «So per certo che in passato abbiamo restituito dal Metropolitan alcuni reperti, ma non si trovano esposti. Non capisco perché chiedere la restituzione di opere per poi tenerle chiuse negli scantinati. L’arte dovrebbe essere patrimonio di tutti e per questo si dovrebbe poter almeno vedere». L’occhio tecnico si fa strada e prevale sulla turista. L’incanto si rompe e mostra dal telefono alcune foto. «Questo è un vaso della mostra “Il mito e natura” – dice mostrando la foto – È un pezzo molto raro, ne sono stati ritrovati solo due esemplari, ma come si fa ad apprezzarlo con una luce sbagliata? La luce è fondamentale. Invece le sale o sono troppo buie o i fari sono diretti male sulle teche. Esporlo così equivale a non esporlo». Comincia ad accigliarsi e cerca altre foto, questa volta è Capodimonte, una finestra del museo. «Non è possibile avere finestre così in un museo e per due ragioni. Innanzitutto il riflesso della luce sui quadri che li rende difficilmente ammirabili. Parliamo di opere d’arte in cui la cromaticità, le sfumature di colore sono fondamentali. E poi bisogna pensare che il calore e i raggi solari a lungo andare alterano le tele e i colori. Si dice ai turisti di non utilizzare i flash per preservare i quadri, ma il sole è molto più dannoso. Andrebbero poste delle pellicole sui vetri per oscurarli. È impensabile. A New York sarebbe impossibile trovare una finestra così in un museo». 

Caroline ha vissuto molti anni in giro per i musei di tutto il mondo, per lavoro, ma anche per passione personale, perché non puoi fare questo lavoro se non ami l’arte. È propositiva. Crede che si possano fare tantissime cose per cambiare. Ma qui non ci sono i fondi per tenere aperte tutte le collezioni, o per restaurarne alcune. «Basterebbe mettere degli shop – dice all’improvviso – i turisti amano i gadget. Se ci fossero state delle magliette con un quadro del Caravaggio, l’avrei comprata anche io. In qualsiasi museo del mondo si vendono ombrelli, cartoline e magneti raffiguranti le opere più importanti e si vendono. Ma anche aprire un bar. Un museo non è solo un posto in cui il turista che arriva va ad ammirare le opere d’arte, ma un luogo in cui le persone della città possono andare a trascorrere del tempo ogni giorno, a bere un caffè con le amiche, a leggere un libro». Caroline ha intenzione di tornare presto a Napoli, non ha potuto vedere tutto e la prossima volta spera di trovare qualche fuoco d’artificio in meno sul lungo mare e magari un’opera d’arte in meno degli scantinati dei musei. 

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