Messi, il più forte che non sa essere leader

Messi, il più forte che non sa essere leader

Ieri sera, durante Barcellona-Valencia, Lionel Messi ha segnato il suo gol numero 500 tra nazionale e club. Ieri sera, il Barcellona ha perso 1-2 contro il Valencia, arrivando alla terza sconfitta consecutiva nella Liga (quarta nelle ultime cinque partite considerando anche la Champions). In questa dicotomia tra felicità e incubo, c’è la descrizione perfetta dell’incognita-Messi: il calciatore più forte del mondo che non riesce ad essere leader.

Spieghiamo meglio il nostro concetto. Partire dal 500esimo gol di Messi vuol dire celebrarne la grandezza assoluta attraverso un parametro incontrovertibile: quello dei numeri. Non esiste, non è mai esistito e fose mai esisterà un calciatore come Messi. Ovvero, la sintesi tra il calcio romantico che fa danzare il pallone con i piedi che sembrano mani, la necessità del gol e la cura e la gestione di doti fisiche che sono più forti di una statura ridotta. Facendo un puro confronto tecnico con il suo connazionale più famoso, Maradona, c’è da sottolineare come La Pulga sia più goleador, ad esempio. È oggettivo: il tabellino storico di Messi dice 500 (a 29 anni da compiere), quello di Maradona dice 313.

Oltre il campo, però, Messi è un’incognita. Nel senso del suo (non) essere leader, capitano, uomo-simbolo. Del suo (non) saper dire e fare di più al di là del rettangolo verde. Chi si scrive si è posto due domande, e le pone anche a voi per esprimere il concetto. Chi è stato ed è il calciatore simbolo del ciclo vincente del Barça anni Duemila? Messi, e non c’è dubbio. La seconda: chi è stato l’uomo simbolo del ciclo vincente del Barça degli anni Duemila? Qui non c’è risposta, o meglio ce ne sono diverse. Guardiola, Puyol, Xavi. E Messi? No, Messi no. E il punto è proprio questo. 

Cercando su Google le parole “Messi lider” (lider è l’equivalente spagnolo di leader), vengono fuori almeno 10 articoli che sostengono tesi diverse. Tempi diversi tra loro, il che vuol dire che questo è un dibattito che affascina e “prende” da sempre i giornalisti spagnoli. In un pezzo che risale al Mondiale 2014, Toni Frieros di Sport  scrive che il vero leader (dell’Argentina) è Mascherano, non Messi. Che Messi è il capitano della Seleccion solo perché è il calciatore più forte del mondo. Paradossale il fatto che, qualche mese dopo, sullo stesso sito, Lluís Miguelsanz titoli il suo pezzo con un eloquente «Messi demuestra quién es el líder». Come dire: c’è dibattito, c’è disaccordo. Anche perché lo stesso Lionel non sembra interessato a fare molto di più che giocare a calcio. Mai una dichiarazione di battaglia o finanche polemica, mai una dimostrazione di insofferenza, mai una parola fuori posto. Per carità, questo è anche un bene. Ma manca qualcosa, ed è qualcosa di importante. Carisma, presenza, peso mediatico. Soprattutto quando sei un numero uno riconosciuto e studi per diventare il primo di ogni tempo, non puoi tralasciare questa roba qui.  

Su altri nomi della storia non è possibile nutrire questi dubbi. Ovviamente, confrontiamo Messi ai grandissimi di sempre perché lo stesso Messi rientra a pieno titolo in questa shortlist: Zidane, Maradona, Pelé, Cruijff. Tutta gente che oltre a giocare (alla grande) a calcio, ha rappresentato qualcosa al di là dei gol e delle grandi vittorie in campo. Tutta gente che è andata oltre a un rendimento decisivo, determinante. Tutti calciatori che hanno fatto vincere tantissime partite e tantissimi trofei alle loro squadre. Come Messi, forse anche meno di Messi. Ma che però hanno saputo esserne anche simbolo riconosciuto a livello non solo di campo, ma anche “di concetto” e finanche politico. Forse non è un caso che, con la sua Nazionale, Messi non sia andato al di là di un oro olimpico e si sia fermato sempre a un passo dal grande traguardo (sconfitta in finale Mondiale, 2014, e due sconfitte in altrettante finali di Copa America, 2007 e 2015).

I nomi di cui sopra raccontano di calciatori che sono trascinatori e icone. Anche in senso negativo, a volte. Basti pensare alla testata di Zidane, e al suo impatto devastante su una partite che la Francia avrebbe forse meritato di vincere. Messi si limita al campo, non va oltre. Anche negli articoli che celebrano il suo leaderismo, la frase finale non può prescindere da un termine di gioco: su Diariolosamericas, Stefano Porcile chiude il suo pezzo con «Con más de 600 partidos entre Argentina y su club, sin dudas su imagen de muchacho frágil y callado fue apagándose para darle paso a Messi, un futbolista maduro». Un futbolista, appunto. E basta. 

Non è un caso che questo dibattito sia tornato a battere forte quest’anno, che è il primo al Camp Nou senza Xavi. Il regista tascabile finito in Qatar aveva ereditato la fascia da Puyol. Oggi, il grado di capitano è diviso addirittura per quattro persone. Lo ha annunciato a inizio stagione il sito del Barcellona, (qui), eleggendo per la fascia Iniesta, Messi, Busquets e Mascherano. È un po’ un’ammissione anche questa, a suo modo, del fatto che Messi possa essere solo un leader tecnico. Incapace di risollevare la squadra dalla palude di una crisi se non con i suoi gol o le grandi giocate. ieri sera ha segnato lui il gol del tentativo di rimonta dopo una partita abulica. Il Barcellona non ha vinto cinque partite in fila perché Messi non riusciva più a segnare, e quindi dimostra di essere dipendente da Messi. L’abbiamo scritto proprio in queste pagine, proprio ieri. Messi decide le sorti del Barça con i gol e le grandi giocate. Che sono tantissima roba, ci mancherebbe. Roba decisiva per la maggior parte delle volte. Altre volte, però, serve qualcosa di più. Un leader, appunto. Che sappia esserlo anche senza la palla tra i piedi. 

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