Ma che c’azzeccano i bagni del San Paolo con la disaffezione del tifoso del Napoli?

Ma che c’azzeccano i bagni del San Paolo con la disaffezione del tifoso del Napoli?

Leggendo le testimonianze ed i commenti sulle cause del numero esiguo di abbonati e spettatori al San Paolo, mi pare che la questione stadio, a Napoli, stia virando prepotentemente verso una inaspettata visione che definirei toilette-centrica, per la quale la qualità delle strutture ricettive del campo di Fuorigrotta pare misurarsi quasi completamente sullo stato dei bagni pubblici presenti in esso. “Non parliamo dei bagni!” “Ma avete mai visto i bagni?”, “Voglio pure pagare, ma almeno datemi i bagni”.

Ora, premesso che i bagni devono funzionare e bene, e che gli utenti hanno tutto il diritto di espletare i propri bisogni senza il timore di contrarre malattie rarissime, la centralità di questo tema mi incuriosisce molto, non lo nego. Da una parte, questa esplosione di incontinenze incontrollabili mi fa sorgere qualche preoccupazione, mentre immagino persone che si informano preventivamente, con accorate e tempestive telefonate, dello stato dei bagni dei teatri, discoteche, cinema e ristoranti che si apprestano a visitare il sabato sera; dall’altra mi fa pensare che, in circa trent’anni, e diversi stadi visitati, l’unica volta che io ed i miei compagni di tifo ci siamo recati ai i bagni è stata quando ho portato mia figlia e mio nipote (sette anni di media in due) all’allenamento a porte aperte del Napoli dello scorso anno – e non è stato affatto un bel vedere, lo ammetto.

Ciononostante l’attenzione a questo particolare idraulico, direi peculiare, mi induce a pensare che ci possa essere un equivoco linguistico di fondo, che si sviluppa anche in tutte le considerazioni successive su quanto scoraggia l’acquisto di abbonamento e biglietti – la mancanza di infrastrutture, i sediolini assenti o scomodi, gli orari imprevedibili delle partite; equivoco che mi pare sintomatico delle aspettative di chi si avvicina all’esperienza dello stadio oggi, che mi sembrano principalmente legate a una visione ludica dello sport, squisitamente spettacolare, avulsa da qualunque contesto di trance agonistica, di condivisione viscerale. E qui, a mio avviso, si annida l’ambiguità sostanziale: la natura dello stadio ha poco in comune con quella dell’entertainment – con tutto quanto, cioè, è spettacolo codificabile, trasmettibile in streaming e fruibile tranquillamente sul maxi-schermo di casa. Lo stadio è un luogo fisico che ha una sua funzione se in esso si accetta di creare una sospensione del senso di realtà nella quale ciascuno intraprenda la ricerca del proprio limite. Mi viene in mente, come analogia, il Berghain di Berlino, il leggendario club assurto a luogo culto dell’underground mondiale, nel quale si entra lungo file notturne interminabili e silenziose con la sacralità che si deve a un tempio, ed in cui le normali regole umane sono temporaneamente sospese, e vige un tacito accordo di reciproca tolleranza. In questi luoghi, il gioco cui ciascuno partecipa riguarda lo scovare il confine di questa sospensione di realtà, come singoli e come gruppo, e ballarci attorno – fino a che punto possiamo spingere i nostri istinti, le nostre delusioni, i nostri sentimenti di rivalsa, terrore, paura della sconfitta ed esaltazione nella vittoria pur rimanendo umani? E rimanendo assieme? Questo è il fascino unico dello stadio, il fascino dei luoghi importanti in cui conosciamo la nostra libertà ed il suo prezzo.

Proprio come introdurre cellulari nel Berghain è vietato – è sacrilego interrompere l’esperienza collettiva che richiede un certo grado di alienazione da qualunque altro contesto – è osceno, allo stadio, il rimanere legati all’esterno, il Wi-Fi, il connettersi altrove invece del rimanere piantati nella realtà che avviene di fronte a noi. L’esaltazione di noi stessi, infatti, richiede la folla e la solitudine. Ed esattamente come andare al Berghain non è la stessa cosa che ascoltare musica techno in cuffia sulla metro, non è sulla comodità che si può giocare la battaglia tra calcio dal vivo e calcio in tv.

Ora, proprio come da chi si reca al Berghain non mi aspetto di ricevere la domanda:” Ma i cessi, dentro, come sono?”, rimango spiazzato quando questo interrogativo giunge da un tifoso. E non perché le toilette non siano importanti – lo sono. Ma perché è come chiedere di che colore saranno le poltroncine in galleria quando andremo alla prima del Flauto magico di Mozart: la domanda contiene una strana irrilevanza, che suona un po’ come un campanello d’allarme. Siamo sicuri che stiamo parlando della stessa cosa?

Nello stadio si consuma un rito, resiste ancora e vive una liturgia. In essa, da sempre, le ore spese a tentare di ritornare a casa servono a rimuginare, a sbollire, a cercare conforto nel vicino; le ore spese in attesa dell’incontro sono il lungo prodromo verso un inferno di sentimenti che dovrà sconvolgerci; dallo stadio si entra e si esce con deferenza, in un percorso che richiede il tempo necessario. Come per il Berghain.

La viabilità, la facilità di accesso alle strutture e l’igiene dei locali sono fondamentali. Ma la fretta di arrivare tardi e ripartire presto, l’ansia di conoscere dove faremo pipì e quando, sono preoccupazioni simili alla leggendaria voce disperata della moglie del reverendo Lovejoy dei Simpsons che grida: ”Perché nessuno pensa ai bambini?” Ci pensiamo. Ma hanno fatto già pipì a casa.
Raniero Virgilio

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