Malagò, Abete e la solita grammatica da pentapartito. Ma non dovevamo fare la rivoluzione?

Per la panchina i nomi sono Conte e Allegri: bravissimi, per carità, ma non rappresentano certo il nuovo. C'è una sfacciataggine di fondo che va oltre le parvenze, l'etichetta, il tatto. Un'inerzia sbalorditiva

Gravina Abete

Db Milano 03/06/2024 - La Notte della C / foto Daniele Buffa/Image Sport nella foto: Antonio Matarrese-Gabriele Gravina-Giancarlo Abete

Le componenti. La governance. Le riforme strutturali. Ma di più: il piano persino “olistico”, il modello alla tedesca, alla francese, la Premier. Gli stadi, la sostenibilità, la rivoluzione dirigenziale. Ma soprattutto i giovani, signora mia. No, non la generazione millesimata di poveri bambini senza Mondiale. Quegli altri: i tardo-adolescenti che ai Mondiali dovrebbero portarci di nuovo se solo ne crescessimo abbastanza. La metafora della vivaistica, un titolo ogni due, a pioggia tra le prime pagine dell’indignazione post-Bosnia. E’ tutto trapassato remoto, scaduto come uno yogurt. Abbiamo già elaborato quel bendidio di collera nella solita ripavimentazione spicciola del potere.

Giovanni Malagò, il più giovane dei pretendenti al trono di Gravina – uno così giovane che era già giovane quando il suo vicino di barca all’isola di Cavallo, tale Vittorio Emanuele di Savoia, sparò due colpi con un’arma da guerra contro Dirk Hamer: era il 1978 – contro Giancarlo Abete, classe 1950, crisi e dimissioni identiche già in curriculum. Questo è lo stato dell’arte, parlandone da viva.

Alle prime schermaglie ufficiali leggiamo testuale, virgolettata, l’immortale grammatica del potere: “Il mandato fiduciario”, il “percorso esplorativo”, “l’investitura delle stesse titolarità”, il verbo convergere coniugato in decine di modi gourmet, la componentistica a geometria variabile. Un lessico da tribuna politica, un rumore bianco da farne podcast contro l’insonnia. E’ gravinese spinto. Mancano solo gli occhialoni da pentapartito e le posture sartoriali della Dc antigraffio. Il nome nuovo, di rottura – esclusi commissariamenti di derivazione politica – sarebbe Demetrio Albertini, ex calciatore di lotta ma soprattutto di governo.

E poi per la panchina uno tra Conte e Allegri. Allenatori di bravura incontestabile, certo. Il meglio su piazza, ct del Brasile esclusi. Ma non proprio profili da sommossa. Il Napoli di Conte – solo per dirne una – è la squadra in Europa, assieme all’inter, ad aver usato meno gli under 21. E per meno il Cies intende lo 0%… Il vento della novità che soffiava fortissimo è ora un refolo d’aria ricondizionata. Sembra passato un quadriennio invece non è nemmeno un mese.

Niente di nuovo, ci mancherebbe. Nessuno di noi, qui, è così teneramente naif da averci creduto anche solo per un attimo. Ma c’è una sfacciataggine di fondo che va oltre le parvenze, l’etichetta, il tatto. Un’inerzia sbalorditiva. E’ un movimento immobile, che si trascina senza resistenze: rotolando con le sue prassi inscalfibili, i modi affettati, e una sintassi finto-furba che annichilisce.

Siamo passati in poche ore dalla ricerca ossessivo-compulsiva del trattato Baggio – le leggendarie 900 pagine secretate che la stampa riesuma ad ogni fallimento, una spada nella roccia – al pdf di Gravina. Dall’addio di San Ringhio martire all’attesa della venuta d’un salvatore chicchessia. Senza che davvero nessuno abbia fatto finta di cambiare mezza scenografia, una quinta di sfondo, le luci, niente.

Potevamo quanto meno risparmiarci la coazione a ripetere gli stessi istinti, la repulsa immediata. Per dignità. Dirci “componenti”, fin da subito. Spettatori d’un tavolo infinito, abbacinati dalla “logica della discussione”. Maestro Abete, insegnaci.

Deve la sua carriera nel giornalismo ad una professoressa del liceo che per ovvi motivi si è poi data alla clandestinità.

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