De Laurentiis è inintervistabile: ogni intervista è un film diverso
Non ne afferri mai l'anima, è lui che detta l'agenda. Al Nyt di fatto accosta Conte al sergente Hartman (che in Full Metal Jacket fa una brutta fine) e tesse l'elogio del difensivismo. Di Ancelotti anni fa invece disse: "non era fatto per il calcio che vogliono a Napoli"

Db Milano 01/12/2025 - Gran Gala' del Calcio Aic 2025 / foto Daniele Buffa/Image Sport nella foto: Aurelio De Laurentiis
De Laurentiis è inintervistabile: ogni intervista è un film diverso
Nel giornalismo ci sono alcuni soggetti definiti inintervistabili. Alcuni perché si sottraggono. Pensiamo a Enrico Cuccia. Ma altri sono inintervistabili perché sono inafferrabili anche se rispondono alle tue domande e anzi godono a stare davanti ai riflettori accesi. Ma non ne catturi mai l’anima. Perché sono perennemente sfuggenti, mutevoli. Dettano loro l’agenda. Anche quella delle emozioni. Aurelio De Laurentiis è così. Corrado Guzzanti parlerebbe dei De Laurentiis transformer, come per Berlusconi. Ci sono temi su cui non cambia idea, come ad esempio l’arretratezza del calcio, soprattutto dei signori del calcio che non hanno compreso la trasformazione del mondo del pallone in industria. E continuano a pensare al football come se fosse un gioco. Ma su tanti altri aspetti, Adl è come lo trovi la mattina. A seconda della convenienza del momento. Dell’affare che sta seguendo. E siamo con lui. La coerenza, in tutta onestà, la lasciamo volentieri ai poveri che non devono fronteggiare corposi ingaggi .
E in questo momento l’affare è Antonio Conte e la sua permanenza a Napoli. Ci ripetiamo: è una questione di bilanci. Conte vuole che il Napoli resti ambizioso. E il Napoli ambizioso lo sarà, come sempre. Ma ha anche dei vincoli di bilancio. Non può buttare cento milioni dalla finestra come per Lang. Beukema e Lucca. Questo Conte non può non saperlo. Può far finta, ok. Ma è un altro discorso.
Torniamo a De Laurentiis. E alle sue frasi al New York Times sul Napoli e Conte. Dell’allenatore del quarto scudetto, che ha introdotto canticchiando la colonna sonora di Full Metal Jacket. Quindi Antonio Conte come il sergente Hartman (che, per inciso, fa una brutta fine).
“Questo è Antonio Conte – dice De Laurentiis – Quando lavori per 100 milioni di tifosi, hai un’enorme responsabilità. Non puoi scherzare. Ma i giocatori hanno 17, 18, 21 anni. Sono ragazzi, guidano Ferrari o Aston Martin, quindi possono commettere errori. Perciò devi guidarli con mani ferme. Antonio è perfetto da questo punto di vista. Inoltre, è un grande allenatore perché ha un’idea di come difendere. Quando difendi, probabilmente vinci. Se vuoi solo attaccare, probabilmente perdi. Forse è più emozionante, ma probabilmente non vinci niente”.
Sei anni fa, giugno 202, De Laurentiis disse l’esatto contrario nella prima intervista in cui parlò dell’esonero di Ancelotti. Al Corriere dello Sport disse che Ancelotti non era in sintonia con il calcio che piaceva a Napoli (e prese Gattuso eh, non Van Gaal). Senza trascurare il fatto che Conte non sarà stato felicissimo dell’etichetta di difensivista appioppatagli dal presidente.
Ecco cosa disse al Corsport.
“Ancelotti mi ricordava mio padre. Scelsi la sua serenità, la tranquillità, la sua piacevole vicinanza. Mio padre era un filosofo, un uomo dolcissimo. Come Carlo. Ma prendendo lui, non so se feci la cosa più giusta per il Napoli. Dopo la prima stagione, potendo ricorrere alla clausola rescissoria, avrei dovuto dirgli: “Carlo, per me non sei fatto per il tipo di calcio che vogliono a Napoli, conserviamo la grande amicizia, il calcio a Napoli è un’altra cosa. Ti ho fatto conoscere una città che adesso ami spassionatamente e che ti ha sorpreso, meglio finirla qui. E invece sbagliai una seconda volta”.
De Laurentiis è così. Ti fa comprendere che le parole contano zero. Contano i fatti e le emozioni. Lui ci sa fare con entrambi. E gli perdoni sempre tutto perché lui alla fine trova sempre la soluzione giusta. Vabbè non sempre. Diciamo spesso. E ora la vera paura non è tanto l’eventuale separazione da Conte, che pure sarebbe molto dolorosa. La vera paura è il remake di Rudi Garcia.











