De Laurentiis vuole portare Napoli nel mondo, ma il San Paolo rischia l’inagibilità

L’eleganza del presidente, abito col crema, cravatta scura, una sforbiciata alla barba, occhi furbi e a tratti luciferini, ha sovrastato la presentazione di Rafa Benitez a Castelvolturno, lo spagnolo in abito grigio-perla o grigio-ombra e maglietta blu, eloquio paziente, nessuna promessa, nessun traguardo preciso, comincia un nuovo ciclo, ha sottolineato De Laurentiis. L’unico brivido è venuto dall’inviato di Al Jazeera, dalla sua presenza non dalla sua domanda, che ha divulgato nell’etere del Qatar e in tutta l’Arabia il pomeriggio di cento giornalisti presenti, molti spagnoli, qualche inglese, una conferenza stampa internazionale, il primo obiettivo raggiunto con l’arrivo di Benitez a Napoli. Al Jazeera non sarebbe venuta con Mazzarri, questo è il passo in avanti.
Per il resto poche informazioni concrete tranne quelle declamate dal presidente secondo cui il Manchester City non ha i soldi per comprare Cavani e il Chelsea non l’ha mai chiesto. E così il Matador, resta o se ne va, è rimasto sospeso anche nella sala stampa di Castelvolturno, non proprio il massimo per presentare un allenatore internazionale.
Nessuno si aspettava niente, le parole non sono state pietre, pochi nomi fatti da Benitez, quello di Mertens, l’ala sinistra belga del Psv Eindhoven (negoziazione in corso), l’avvocato Fabio Pecchia vice-allenatore, per De Sanctis fiducia al cento per cento, Hamsik può fare la differenza, accenni a Pandev e Zuniga, a Maggio che gioca quarto a destra nella difesa della nazionale, Insigne grande futuro, miglioreremo la “rosa”, questo è ovvio, il modulo si vedrà. Però è stato rivelato un progetto preciso a due voci, Benitez e De Laurentiis: “Il Napoli non dovrà avere paura di nessuno”.
Siamo a un nuovo programma vitaminico, di crescita, migliorando che non significa vincere, possiamo fare una buona strada ha detto Benitez, go up ha detto De Laurentiis. Il Barcellona, che sulle gradinate del Camp Nou ha la scritta “màs qué un club”, copyright assoluto, non si sarà risentito quando Rafa ha definito il Napoli “più di un club”. De Laurentiis, per gli inviati inglesi, ha preferito definirlo una bandiera nel mondo, the flag in the world, la regina del mondo, next five years to jump again, again, un balzo avanti nei prossimi cinque anni ancora e ancora. La fase poetica della conferenza stampa si è spenta sul nascere.
Non c’è stato il Big Ben, il suono forte di mister Ben, un allenatore che non ha la spavalderia di Mourinho e ha occhi buoni come Carlo Ancelotti, senza chiacchiere e il solo distintivo di 26 anni da allenatore vincente. Non c’è stato il Big Bang del presidente che non ha annunciato né top né tip teorizzando suggestivamente le difficoltà del mercato fra giocatori virtuali (quelli che vuoi prendere) e reali (quelli che riesci a prendere). Quindi non serve parlare di Callejon e di Cerci (e non è che si tratti di Didì, Vavà e Pelè). Ma andremo nel mondo, ha detto il presidente color crema, a creare squadre a Rio, New York, San Diego, in Messico per quadruplicare la presenza della filosofia napoletana nel football. Speriamo in una forte presenza del Napoli al San Paolo, e in un San Paolo agibile per l’Uefa, cercando di evitare di giocare la Champions a Palermo. Perché, caro Rafa, qui siamo ancora nel Regno delle due Sicilie.
MIMMO CARRATELLI

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