Io, antirazzista, romanista da sempre, vi chiedo di ascoltarmi su Balotelli e la squalifica della Sud

Mi è testimone Massimiliano Gallo. Sono tra i (purtroppo non moltissimi) tifosi romanisti che schiumano di rabbia quando la curva Sud si esibisce, manco fossimo a Varese, in orrendi cori antinapoletani. In generale, non nutro più verso la suddetta curva, dove pure ho trascorso una parte importante della mia giovinezza, quell’incondizionato e incondizionabile amore che le portavo un tempo. Troppe cose sono cambiate, troppe cose non ho capito. E in ogni caso sono vecchio. Non ho più voglia di sforzarmi di capire.

Ma chiedo lo stesso ospitalità a Massimiliano e al Napolista per spendere una parola di solidarietà – temo impronunciabile altrove, in tempi di politically correct, o più semplicemente di ipocrisia dilaganti – verso i nostri curvaroli, tutti indistintamente condannati a una giornata di astinenza coatta sotto la più infamante delle accuse. L’accusa di razzismo.

Ero allo stadio sabato scorso (tribuna Tevere, settore B, fila 32) quando, alla notizia del rigore (molto dubbio) concesso al Milan contro il Siena, e realizzato da Balotelli, la Sud, giustamente sospettosa e altrettanto giustamente incline a simpatizzare, se non per la Fiorentina, quanto meno per Vincenzino Montella, se l’è presa in coro con la mamma del simpatico attaccante milanista. Allo spegnersi di questo canto gagliardo, sicuramente disdicevole alle orecchie pudiche di Blatter, di Galliani, di Marotta e delle giocatrici di volano, ma non ignoto sui campi di calcio, è seguito qualche (sporadico) buu, subito sommerso da un’ondata di fischi. Finita lì? Manco per niente. 50.000 euro di multa. E squalifica per una giornata dell’intera curva. Non si capisce bene se per il coro (ma allora perché quel gioiellino dello Juventus Stadium non è chiuso in permanenza?), per i buu lanciati da un manipolo di imbecilli, per i fischi o per chissà che cosa.

A me il razzismo, in qualsiasi forma e verso chiunque si eserciti, fa schifo. Ma penso che, come (quasi) sempre la verità la dica Zeman. Il razzismo (che peraltro è ridicolo compendiare nei buu di fascio-trogloditi che faticano ad articolare in forme appena un po’ più complesse il loro – si fa per dire – pensiero) in questa storia c’entri poco o nulla. C’entra, invece, Balotelli. Il suo comportamento in campo, il suo stile da bulletto miliardario, il suo modo di fare insopportabile verso gli avversari e, spesso, anche verso i compagni. Lasciamo perdere i giocatori neri che non vengono fischiati mai anche quando tutto sono fuorché dei personaggi della Capanna dello zio Tom. Per molto meno di quel che combina Balotelli, o anche solo perché vengono considerati (è il caso di Francesco Totti) l’incarnazione e il simbolo di una squadra e di una città che si detesta, giocatori bianchi, gialli e talvolta verdognoli vengono coperti di insulti sanguinosi in tutti gli stadi d’Italia appena toccano la palla. Nel linguaggio tra il sociologico, il politicamente corretto e il questurinico in cui si esprime il mai sufficientemente lodato Osservatorio, subiscono una “discriminazione territoriale”, punibile, sacri testi alla mano, alla stessa stregua, o quasi, di quella razziale. Che facciamo? Chiudiamo tutto o lasciamo stare?

Anche per via dei disastri della mia Roma “americana” (mai avrei pensato di dover rimpiangere anche Rosella Sensi …) non scarterei a priori la prima ipotesi. Ma la seconda mi sembra obiettivamente più realistica. Con un corollario, naturalmente. Il razzismo combattiamolo per davvero. Anche dentro gli stadi. Io, che non ho l’animo del pedagogo, ragazzetti fessacchiotti e conformisti, gente da branco, che fanno buu li ho a fianco anche in tribuna. Ci discuto, e all’occorrenza ci litigo. Se non li convinco, ci riprovo la volta successiva. Mi prendono, comprensibilmente, per un rompicoglioni. Ma cercare di ragionare, e di far ragionare, per quanto fuori moda, ogni tanto dà anche qualche soddisfazione. Criminalizzare una curva, no.

Grazie per l’ospitalità. E viva sempre Caravaggio e Maradona. Un giorno vi dirò di Francisco Ramon Lojacono, e di Ghiggia.
Paolo Franchi

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