I bimbi son tornati a mettere le maglie azzurre

Ci sono curiosità sopite per anni, che poi si risvegliano in un dato momento e non sappiamo perché. A me è capitato ieri sera con “Il Mister” di Manlio Cancogni. L’avevo preso su una bancarella a metà prezzo qualche lustro fa. Mi incuriosiva un romanzo del grande Cancogni dedicato al Boemo, a me che zemaniano non sono. E soprattutto mi incuriosiva che l’aveva letto il mio padre spirituale, la cui fede protesa all’ascetismo non ha mai contemplato il mistero del football. “Il Mister”, dunque, è la storia di uno sloveno trentenne che si chiama Zoran e vive a Roma negli anni Trenta, in una zona che allora era semiperiferia e oggi è considerata centro, tra la Salaria e la Nomentana. Roma e l’Italia sono fasciste e Zoran lavora in una falegnameria come impiegato. Scompare, riappare. Un uomo enigmatico spuntato dal nulla. Non si sa nulla di lui. Zoran è Zeman nel viso, nelle risposte e nel calcio. Michele Malafronte è uno dei proprietari della falegnameria. Ama il pallone e mette su una squadretta rionale. Fa costruire pure un campo. La “Mala”, che sta per Malafronte, riscuote subito successo tra i più poveri, quelli che non possono permettersi di andare a Testaccio a vedere la Roma. Zoran-Zeman è il pifferaio magico della “Mala”. Gioca e allena. Ha talento e carisma e persino un nasone che fa il dribbling. La magia di Zoran incanta un quindicenne introverso di nome Ugo. Capita per caso, una domenica, nella vallata chiamata campo dove gioca la “Mala” e vede Zoran ribaltare il risultato di una partita. Inizia l’amore, domenica dopo domenica, da mezzogiorno in poi. “Il cuore di Ugo ne vibrava ancora”. Le immagini gli facevano festa intorno anche se fissarle non era facile “perché esiste un limite anche alla capacità di accogliere il bello, il sublime, l’inesprimibile”. La “Mala” però dà fastidio all’altra squadretta del quartiere, l’Aquila Romana. La squadra dei gerarchetti di rione e del loro codazzo di bulli opportunisti. L’intuizione incredibile di Cancogni è di concludere la parabola della “Mala” nella Settimana Santa del 1933. Con una prosa delicata e nitida, alludendo mai specificando, Zoran-Zeman è il profeta di una rivoluzione di quartiere, che fa lunghe passeggiate coi suoi giocatori-apostoli e poi li riunisce a tavola per un’amatriciana e un bicchiere di vino. Credo che Cancogni abbia fatta un dono inestimabile al Boemo. La purezza del Mister è fatta di parole e silenzi consegnati ai piccoli della storia e dell’umanità, che solo in apparenza pensiamo perduta e sprecata in un calcio dilettante di periferia, senza mezzi e senza ambizioni. Zoran-Zeman è destinato al sacrificio ma la sua comparsa dà un senso a quella domanda che si ripresenta e ci perseguita al fischio finale del novantesimo minuto: “E’ una cosa grande; ma dopo?”. “Ora che stava per raggiungere ciò che per un anno aveva creduto fosse lo scopo principale della vita, doveva constatare (e non gli dispiaceva constatarlo) che c’erano al mondo cose molto più grandi”. L’eterno contrasto tra il gioco e la vita. Zoran-Zeman è la sintesi felice di questo duello. Il calcio è vita. La vita è calcio. Il romanzo culmina a Pasqua e Ugo avrà un ruolo decisivo nelle ore finali. Ho letto “Il Mister” e ho pensato a Elio Russo. Elio è il fratello di Tonino “Occhiale”, tra i miei sodali di Curva B e trasferte ai tempi d’oro di Lui. Nessuno, nel nostro covo del Club Napoli di Piano di Sorrento, sapeva del folle amore azzurro di questo fratello di “Occhiale”. Ho conosciuto, infatti, Elio solo un mese fa. Ho lavorato su un saggio del calcio a Napoli dalla fine dell’Ottocento sino al 1926 ed Elio è stato indispensabile. Possiede una sterminata raccolta sulla nostra squadra e ho scoperto cose incredibili, rimaste inedite per mezzo secolo. Non solo: Elio ha la più grande collezione privata di foto di Diego, più di cinquemila, che tappezzano l’ufficio della ditta dove lavora coi fratelli. Una falegnameria, che coincidenza, il cui viale d’ingresso è intitolato a Diego Armando Maradona, con tanto di lapide apposta al muro. L’insegna dell’azienda è azzurra e contiene l’anno di fondazione: il 1926, lo stesso della Società Calcio Napoli. Elio non ha computer, né telefonino e sta scrivendo a mano la storia del Napoli. Ha fatto già rilegare una decina di volumoni in carta pregiata, molti ancora da riempire. Un amanuense del terzo millennio. Elio poi mi ha dato una lezione irreale in questa epoca di calcio televisivo e telecamere negli spogliatoi. Quando il Napoli fallì, salvo poi ritornare al vecchio nome con l’avvento del DeLa, Elio decise di non andare più allo stadio, né guardare o sentire le partite, senza però smettere di accumulare giornali, documenti e libri. Fine. “Quando siamo falliti, non ho retto il tradimento. Non hanno rispettato la storia”. L’amore è così. Prendere o lasciare. E visto che la nonna di Tonino ed Elio era conosciuta in paese come Sirena, oltre al “Mister” di Cancogni, Elio mi ha fatto venire in mente l’anziano professore siciliano di “Lighea”, il racconto di Tomasi di Lampedusa portato in scena da quattro anni da Luca Zingaretti nella riduzione teatrale intitolata “La Sirena”. Lighea è la Sirena che il vecchio studioso ha amato quando era diciottenne. Una passione sovrannaturale. Il professore spiega a un giovane giornalista che da allora non ha amato più nessuno. Ma non per rinuncia. Semmai perché non riusciva ad accettare piaceri inferiori. Ho letto il “Mister” e ho pensato a don Antonio Ercolano, buonanima. Don come segno di bonario rispetto di paese. Don Antonio era un malato del Napoli e mi raccontava le trasferte a Roma negli anni cinquanta, con un macinino scassato lungo l’Appia. Un viaggio interminabile. Negli anni ottanta il suo cuore iniziò a protestare e il medico gli proibì le partite. Così la domenica si metteva in macchina e faceva giri immensi per la penisola sorrentina. Da solo. Senza radio. Soffriva al buio. Quando tornai dalla trasferta di Bologna, quella del secondo scudetto, con il Milan a Verona, ricordo il suo racconto sul percorso fatto in auto quella storica domenica. Una cosa inconcepibile per me acerbo tifoso, abituato al lusso del rettangolo verde dal vivo e orgoglioso di declamare per anni ogni singolo dettaglio della leggendaria trasferta a Torino nel novembre dell’87. Ho letto il “Mister” e ho pensato a tutti quei bimbi che in questi anni si sono rimessi a giocare nelle nostre strade con le magliette azzurre. De Laurentiis non mi piace, proprio perché secondo me non ama il calcio, ma se è vero che i bimbi sono tornati a colorarsi con i colori del cielo e del mare, allora questo tempo non è un tempo vano. Ho letto il “Mister” e ho pensato che Ugo, Elio Russo, don Antonio Ercolano e i bimbi di Napoli sono come quei monaci e quelle suore di clausura che con la loro preghiera silenziosa reggono il mondo, nonostante tutto. Io che ho sempre trasfigurato il calcio con le categorie del pensiero e della filosofia, adesso penso che loro, eremiti e bimbi azzurri, reggono la fede che si aggruma in tutti gli stadi. L’Assenza e il Gioco sono le due facce della perfezione dell’Amore. Quell’inesprimibile che Pedro Salinas ha tentato di rendere con questi versi: “E sto abbracciato a te, senza guardare e senza toccarti. Non debba mai scoprire con domande, con carezze, quella solitudine immensa d’amarti solo io”. Un giorno spero anche di tifare Napoli così, magari diventando un po’ zemaniano. di Fabrizio d’Esposito

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