Con Maradona si ride,
con Lippi si piange

<em>Veloci, veloci. Fate gol, fate gol. Più veloci. Fate girare la palla. Fate gol. Veloci. Il Paul Newman della Versilia incita, scuote, comanda. Veloci. Abbiamo l’allenatore più bello del Mondiale, non abbiamo ancora la nazionale più bella. In attesa di doverci rimangiare tutto, come ha minacciato Lippi dalla tana sudafricana dopo i due gloriosi pareggi dell’Italia contro il Paraguay e la Nuova Zelanda, ecco domani pomeriggio (ore 16 a Johannesburg) il match decisivo con la Slovacchia.
Scatta l’ora X augurandoci che non si tratti del terzo “X” consecutivo in Sudafrica, la delusione definitiva e che, con un disperato colpo di deretano, non si debba andare avanti col favore dell’eventuale sorteggio fra noi e la Nuova Zelanda, il massimo dell’umiliazione.
Veloci. Velocemente Paul Newman cambia formazione e modulo di gioco. Ha cominciato col 4-2-3-1, l’ha cambiato col 4-4-2, l’ha ritoccato col 4-3-1-2, ora pensa al 4-3-3, il massimo dell’audacia e della confusione. Rigettando la tattica spudoratamente proposta dal rauco Bossi, Lippi vuole vincere sul campo. E perché, contro la Slovacchia, non pensare anche a un 3-4-3? Ci pensa.
Ci rimangeremo tutto. Veloci. Terza partita, terza formazione. Entra Gattuso, esce Marchisio sputtanato in tutti i ruoli tranne il suo. Cannavaro non si tocca. A Berlino ha alzato la Coppa, in Sudafrica può sotterrarla. Bocciato Gilardino. Fuori Pepe che non ha ancora capito perché. Veloci. Dentro Di Natale, ma alla fantasia non si comanda. Però alla palla sì. Fate girare la palla. Veloci.
La stampa, questa trappola per topi, come l’ha definita il Paul Newman della Versilia, avrà il fatto suo. L’Italia del 1982 non cominciò così facendo pena? Il corso e il ricorso storico è una bestemmia. Quella era una nazionale di campioni che sapevano giocare al calcio. Questa gioca con la paura, l’insicurezza, la confusione. L’ultima tentazione è il 3-4-3 con Maggio e Zambrotta esterni di centrocampo, De Rossi e Montolivo in mezzo. Difesa a tre visto che quella a quattro un gol lo prende sempre. Vigilia di varie ipotesi.
La Slovacchia è apparsa troppo brutta per essere vera. Giovane e inesperta. Fragile se attaccata. Non tira in porta arretrando Hamsik in mediana. E’ una nazionale nata nel 1993 quando in Italia fioccavano gli avvisi di garanzia, le monetine si abbattevano su Craxi davanti all’Hotel Raphael di Roma, la Democrazia cristiana si scioglieva, Berlusconi fondava Mediaset e si apprestava a scendere in campo senza le incertezze di Iaquinta e la leggerezza di Montolivo.
Veloci, veloci. Fate girare la palla. I comandamenti di Lippi sono pochi ed essenziali. Spezzeremo le reni alla Slovacchia? E’ il minimo che si pretende anche da una formazione campione del mondo sfiorita e scomparsa, impaurita e stravolta. E, ormai, di campioni del mondo ne restano pochi in campo. Zambrotta, Cannavaro, De Rossi, Gattuso. Buffon ha l’ernia, Pirlo è in convalescenza, Camoranesi è in dubbio, Gilardino e Iaquinta hanno bucato le prime partite.
Tristezza, per favore va’ via. Si allena in allegria la nazionale di Maradona, il pibe che ha occupato tutto lo schermo di questo Mondiale, che fa prendere a pallate i giocatori che perdono la partitina di allenamento, che provoca e infila i suoi tre portieri Romero, Pozo e il “catanese” Andùjar con la magìa antica dei suoi calci di punizione, le stelle filanti di cui abbiamo goduto a Fuorigrotta. A Pretoria, sede del ritiro argentino, si ride. A Centurion, la prigione sudafricana dei sogni azzurri, si muore di tristezza. Andiamo a Centurion.
Lippi protesta: non abbiamo lasciato nessun fenomeno in Italia. E, allora, avanti con i fenomeni acciaccati e miscelati che ha portato in Sudafrica. Abbiamo pazientato due partite, ora basta. Veloci, veloci. La giovane Slovacchia è al suo esordio a un Mondiale. Noi siamo vecchi di cento anni di partite, da quel giorno di maggio in cui, nel 1910, scese in campo all’Arena di Milano la prima nazionale con i baffi e le maglie bianche, perché quelle colorate sarebbero costate sette centesimi in più, e ogni giocatore indossò i pantaloncini della propria squadra per fare più presto e risparmiare altri centesimi.
Veloci, veloci. Fate girare la palla. Fate gol, fate gol. Sono gli ordini asciutti di Marcello Lippi in un clima oscuro e scabroso, da nervi tesi, che farebbe sorridere il vecchio principe di Condé che la sera prima della battaglia di Rocroi dormì profondamente. Lui sapeva come attaccare e vincere. Dormirà profondamente Lippi? E, attenzione, quando sarà finita, nessuno si azzardi a salire sul carro, il carro di Tespi di questa nazionale che si sposta da uno stadio all’altro del Sudafrica cercando se stessa in attesa del bel dì in cui vedremo levarsi il fil di fumo di una vittoria.
<strong>Mimmo Carratelli</strong></em>

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