Una vita a Fuorigrotta da non napolista

Una vita a Fuorigrotta da non napolista

Ci risiamo.

Ho quarant’anni e da altrettanti vivo a Fuorigrotta. Via Consalvo. Non sono tifoso di calcio, lo ammetto, e convivo con un consiglio che per quarant’anni mi è sembrato, e mi sembra, più una minaccia che una carineria: “Vedi che domani c’è la partita”. Il che significa in sequenza: 1) attento a che ora ti muovi, né prima né dopo, meglio durante; 2) attento a dove parcheggi l’auto perché troppo nei pressi dello stadio rischi di essere bloccato; 3) attento a che ora torni a casa perché il famigerato “traffico della partita” quello che ti accompagna prima, verso il san Paolo, e dopo, verso casa, può essere una tenaglia che ti intossica per tutto il resto della giornata. E allora resto a casa e devo dire la verità, provo un po’ d’invidia per quello sciame che attraversa le strade della mia gioventù, della mia adolescenza, e adesso della mia maturità.


Al bar sotto casa Lino mi prepara il caffé, ma lo fa svogliatamente. Ascolta due signor nessuno che per quel giorno sono i suoi più grandi amici. Parlano di Lavezzi e Quagliarella. Ma come, mi chiedo: ogni santa giornata prendo il caffé, faccio colazione, discuto con te di Fini, Berlusconi, Bersani e della Iervolino e per una domenica ogni quindici giorni non mi degni neanche di uno sguardo? Detta alla napoletana: “non mi cachi proprio”? L’atteggiamento del mio giornalaio non cambia, quello del mio tabaccaio, che mi conosce da quando frequentavo la scuola media e mi ha venduto le sigarette di nascosto da mammà,  neppure.

Io, straniero tra la mia gente. E allora penso. Ma fossi io quello sbagliato? Quello che non si integra in questa grande liturgia collettiva? Non ho la fede che cambia un quartiere, una città. Non ho mai acceso un cero né a Maradona, né a Lavezzi né ad Amsik. Ops, scusate, si scrive con la H. E pensando, pensando, mi sto convincendo: sono peccatore, devo andare a confessarmi.

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