Un nemico pretende, un alleato sta al nostro fianco e ci crede

Non voglio che i miei nipoti pretendano la coppa, voglio che la vincano magari, ma che imparino l’importanza del sostenere la loro squadra

Un nemico pretende, un alleato sta al nostro fianco e ci crede

Caro Napolista, io c’ero, l’ho vissuta la Coppa Uefa del 1988-89. Sono passati 30 anni, ero un ragazzino poco più che dodicenne, ma ne porto ancora addosso le sensazioni. Ho ancora negli occhi i fermo immagine di quel giorno in cui tentammo l’impresa e ci riuscì.

Parlo della remuntada contro la Juve, naturalmente.

Quarti di finale: all’andata perdemmo 2-0 a Torino. Ci annichilirono, come hanno fatto i Gunners all’Emirates Stadium. Al ritorno al San Paolo vincemmo 3-0. Se ripenso al gol di Renica, al modo in cui trafisse Tacconi e ci mandò tutti in delirio, sento ancora la fitta di gioia nel cuore e i polmoni che si gonfiano per l’urlo liberatorio con cui accompagnai quello di mio padre che era accanto a me.

Non posso non trovare analogie con l’Arsenal. A casa della Juventus non facemmo nemmeno un gol, portammo a Napoli un risultato disastroso, che non lasciava nessuna speranza. Ma quei ragazzi, guidati da un Maradona, che non era più il dio che eravamo abituati a vedere, ce la fecero: trasformarono quel giorno in un ricordo indelebile per chi, all’epoca, era un ragazzo come me e che oggi è un uomo fatto, un nonno.

Questo, caro Napolista, per dire che “si può fare”, perché le partite durano 180 minuti, non 90′ soltanto. Se pure perdi la prima metà della battaglia, devi sforzarti di vincere fino all’ultimo. Hai un dovere verso te stesso, se sei giocatore e hai il dovere di crederci fino all’ultimo se sei un appassionato di calcio.

Ho visto, mio malgrado la città tappezzata di striscioni in questi giorni. Si dicono tifosi, ma una coppa non si pretende: si conquista. Con il sudore, l’impegno, la volontà, la forza fisica. La fame. Pretendere è da superiori, da chi sta al di fuori e non dentro le cose. Un nemico pretende, un alleato sta al nostro fianco e ci crede. Ecco perché trovo quegli striscioni  disdicevoli, antisportivi, la negazione del rapporto che dovrebbe esserci tra una tifoseria (intesa nel senso di supporter) e una squadra.

Quel “pretendiamo” scritto su quei pezzi di stoffa è totalmente sbagliato. Incomprensibile. Un’onta scritta in stampatello, da grattare via, cancellare con l’acqua ragia, subito. Quegli striscioni sono da stracciare in pubblica piazza. Doveva esserci scritto, piuttosto: “Giocate come sapete e li distruggerete”. Oppure: “Siamo con voi perché si può fare”.

Io c’ero quel giorno di marzo del ’89, ed era questo lo spirito con il quale aspettavamo la partita al San Paolo, con cui abbiamo comprato il biglietto, fatto la fila e varcato i cancelli. Tutti insieme, tutti e 90 mila più 11 a combattere.

Non voglio che i miei nipoti siano tifosi del Napoli pretendendo una coppa, voglio che la vincano magari, ma che sappiamo desiderarla e imparino l’importanza del sostenere la loro squadra. Voglio che imparino che è bello crederci tutti insieme. Che “si può fare” perché se siamo in tanti a crederlo, è già una vittoria, una vittoria dello sport.

Non pretendo nulla da questo Napoli, ma so che se dovesse riuscire l’impresa contro l’Arsenal tornerei ragazzino per un giorno e vedrei i miei nipoti sorridere come feci io allora. Non pretendo nulla perché nulla mi è dovuto. Sono io a dovere qualcosa alla squadra per cui tifo: devo pensare fortemente che Si possa fare. Si può fare.

 

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