Quel “pretendiamo” è una filosofia di tifo che non dovremmo insegnare ai nostri figli

Gli striscioni degli ultras sono esempio di una filosofia antisportiva che nasce nei campetti dove i genitori sbraitano contro gli arbitri e spesso le partite finiscono in rissa

Quel “pretendiamo” è una filosofia di tifo che non dovremmo insegnare ai nostri figli

Si surriscalda l’atmosfera a Napoli in vista del big match di ritorno per i quarti di finale di Europa League tra gli azzurri e l’Arsenal in programma giovedì.

Ieri sera in città (a Piazza Garibaldi, a Capodimonte e in Piazza Carlo III) sono apparsi alcuni striscioni firmati dalla Curva B: “Pretendiamo la Coppa UEFA”. Poche parole che spiegano lo stato d’animo e l’umore dei tifosi.

I supporters partenopei vogliono l’impresa: ribaltare il 2-0 subito nella gara di andata giocata all’Emirates Stadium di Londra per portare a casa la qualificazione che spianerebbe la strada verso l’ultimo scoglio della finale di Baku.

I tifosi usano una parola ben precisa: “Pretendiamo”. Non “ci crediamo”, “portateci la vittoria”, ma una pretesa. Che lascia pensare a qualcosa di dovuto, in virtù della solita storia di chi era a Gela, a seguire il Napoli quando non era ancora (non più) nelle competizioni più importanti.

Parole che alzano un muro tra chi segue il Napoli per diletto, ma che ritiene quasi di farlo per professione (e, quindi, di dover pretendere qualcosa in cambio) e chi nel Napoli gioca. Una filosofia antisportiva che nasce nei campetti di calcio di periferia in cui giocano i pulcini, dove i genitori vanno a sbraitare contro gli arbitri e dove spesso le partite finiscono in rissa dimenticando che il calcio dovrebbe essere solo sport, momento di divertimento e godibilità. Un approccio deviato che finisce anche sui muri dei palazzi delle città.

 

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