Enrico Fierro e la raggia per il giornalismo geneticamente modificato

Frank Santaniello è il protagonista del romanzo di Fierro “La Genovese. Una storia d’amore e di rabbia”: un inno al giornalismo quello vero

Enrico Fierro e la raggia per il giornalismo geneticamente modificato

Frank Santaniello

Sono cupi tempi in cui finanche la rabbia è stata espropriata dai luoghi comuni del populismo, virus trasversale che non risparmia alcuna forza politica, non solo i famigerati grillini oppure i fascioleghisti di Matteo Salvini. Ma per Frank Santaniello la raggia è un sentimento nobilmente atavico. Si può dire genetico. Raggia, non rabbia. Alla maniera della lingua napoletana: “La raggia è qualcosa di più profondo di una rabbia passeggera. È la ferita dell’anima che nessuna medicina riesce a guarire. Non ci sarà carezza, abbraccio, sguardo, grandissima scopata, successo professionale o soldi, in grado di placarne il dolore. Perché è un dolore eterno”. Ed è per questo che solo una mamma è capace di leggerla negli occhi e nel cuore di un figlio: “Non posso vederti così, Frank. Tu non camperai mai bene, non troverai mai pace, non riuscirai a goderti neppure un attimo della tua vita. (…). Figlio mio non lo capisci? Ti sta fottendo la raggia. La raggia ti mangerà la vita”.

Originario di Avellino

Frank Santaniello è il protagonista del primo, bellissimo romanzo di Enrico Fierro, firma del Fatto Quotidiano e già inviato speciale dell’Unità. Frank è un giornalista maturo e per una vita ha creduto nelle parole. Sin da quando, bambino, l’edicolante Peppino lo iniziò alla lettura dei quotidiani e ad andare in giro a fare reportage c’erano penne come Giorgio Bocca, Goffredo Parise, Corrado Alvaro. Frank abita in un paese campano che non può essere che irpino perché Fierro è originario di Avellino. Il papà è un impiegato comunale, la madre casalinga. E’ figlio unico e porta un nome insolito a causa di un ricco zio americano. Zio Charlie che un giorno tornò, inondò di regali il nipote Antonio, ammogliato con l’avvenente Mirella in dolce attesa, e in cambio chiese ai giovani sposini di dare al nascituro il nome di Frank, in onore di un amico sfortunato ucciso da mafiosi a New York, dopo una notte di poker.

Un inno al giornalismo

Il romanzo s’intitola “La Genovese. Una storia d’amore e di rabbia” (Aliberti compagnia editoriale, 219 pagine, 17 euro) ed è un inno al giornalismo, quello vero in via d’estinzione. Non che scomparirà il mestiere. Anzi. Cambiano però i mezzi e le modalità. A scomparire non sono i fatti, ma le schiene dritte (massì diciamolo pure) e le coscienze libere. Non a caso il libro si apre con una scena che richiama la tragica fine dell’Unità, dove Fierro ha trascorso gran parte della sua vita professionale, ammazzata definitivamente dalla Direttora oggi ritornata nel comodo ovile “repubblicano”.

Frank sta per essere licenziato perché puzza di sconfitta e non si rassegna alla mutazione genetica dei suoi colleghi. Non più le notizie e lo stile del racconto, in grado di imprigionare il lettore sin dalla prima riga. Ma l’opportunismo politico, il servilismo verso i capi, le relazioni da salotto, la vetrina dell’opinionismo tv da talk. A Frank è stato commissionato un pezzo sul business gastronomico di un imprenditore coccolato dalla nuova sinistra (Farinetti?). La direttiva dall’alto è di scriverne bene. Invece va all’inaugurazione ed esplode la raggia.

In una parola: sfruttamento

La raggia di chi scopre che i cibi una volta simbolo della miseria si sono trasfigurati, dalla cipolla di Tropea alla polenta, in un vezzo riservato a gourmet danarosi, serviti da poveri ragazzi pagati ottocento euro al mese per dodici ore di lavoro al giorno. In una parola: sfruttamento. Una parola sparita dal vocabolario della sinistra e dei quotidiani. Ché il giornalismo di Frank è politico nel senso più alto del termine, senza convenienze di cricche o clan. E’ la denuncia dei partiti e degli imprenditori che s’ingrassano con l’economia da terremoti (dall’Irpinia in poi); è l’atroce verità della guerra “pacifista” nell’ex Jugoslavia voluta dal primo premier italiano postcomunista (Massimo D’Alema); è la tragedia dei migranti; è la fame del Mezzogiorno fatalista.

Enrico Fierro

Le repubbliche passano, il Potere no

Le repubbliche passano ma il Potere no. Una cinica continuità di Sistema tra la Dc di De Mita e Gava (per rimanere ai big della nostra regione) alla stagione del berlusconismo o del centrosinistra consociativo e gestionista. La raggia si alimenta soprattutto del fallimento degli eredi del Pci. Il mito della presunta diversità che s’infrange alla prova di governo. Tutti uguali, e non è qualunquismo. Ma raggia, appunto. Uno dei capitoli più densi e commoventi è quello dedicato al terremoto, quando Frank scrive il suo primo pezzo sui bambini uccisi dal crollo di una scuola. Dentro c’è anche l’illusione rivoluzionaria di un popolo che si ribella ai notabili, salvo poi riallinearsi grazie a una legge che dispensa miliardi e favori.

Le parole non servono a niente

La raggia è quindi disincanto di un’anima solitaria, destinata brechtianamente a sedersi dalla parte del torto. Quelle parole che Frank bambino leggeva rapito ed estasiato sui quotidiani forse non servono più. Decenni dopo, Peppino l’edicolante muore e davanti alla bara Frank gli sussurra un amaro congedo: “Grazie Peppì, per quei titoli rossi che esponevi sempre in prima fila, convinto com’eri che le parole potessero avere la forza di cambiare il mondo. E invece le parole non servono a niente. Peppì, lo abbiamo capito tardi ma le parole non cambiano nu cazzo. Quante delusioni, povero amico mio. Ora riposa, dove andrai forse troverai la pace che qui non hai mai avuto”.

Società liquida

In questa società maledettamente liquida, in cui domina un trasformismo da Zelig, Frank resta un comunista che non fa distinzione tra pubblico e privato. Una scuola di vita dotata di una solida cultura tipografica (in opposizione a quella fluida della tv) e che non dimentica la fatidica analisi di fase nelle vecchie sezioni del Pci: “Nell’Italia dell’eterna dismissione, delle città industriali ridotte a deserti di cassintegrati, disoccupati senza lavoro e senza futuro (…), questa era la nuova frontiera. Il cibo, l’orticello biologico, la cantina, il frantoio, il pane buono. Non si producevano più automobili, l’acciaio ce l’avevano fottuto i cinesi, l’energia la compravamo dai francesi, i computer dai sudcoreani, non avevamo più un cazzo e dovevamo affrontare l’economia mondiale con culatelli e pomodori pachino”.

La genovese

La scrittura di Fierro ha un ritmo travolgente, puntellata da un’ironia crudele. Frank sarà pure un perdente ma non è uno sfigato che si dibatte tra retorica e nostalgia. La raggia è un dolore eterno ma non si perde un attimo del presente: Frank ama o scopa solamente, mangia, beve, viaggia, ascolta musica. E si gode il rito della controra in un paesino della Calabria. Il romanzo è un’epopea familiare e paesana con le mammane, il sarto che chiede dove mettere “il disturbo”, l’antropologia della sfogliatella riccia, le canzoni di Peppino Gagliardi, il viaggio verso Roma, approdo ma anche partenza. Fino alla catarsi finale della raggia, quando di notte Frank si prepara una sontuosa genovese (di qui il titolo) con un chilo di cipolle e ziti spezzati. “La sua ultima vittoria”. Fierro è filosofo e maestro di vita allo stesso tempo.

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