Juventus-Napoli e la fortuna, Eduardo De Filippo aveva già visto la partita

Juventus-Napoli e la fortuna, Eduardo De Filippo aveva già visto la partita

La doppia deviazione che ha trasformato il nostro sabato di pazienti speranze in un oscuro cul-de-sac dell’orrore ci costringerebbe a disquisire sul senso e il perché della fortuna, se non fosse che a una omnicomprensiva trattazione di questa strana bestia già dedicarono la propria fatica Armando Curcio ed Eduardo De Filippo nella commedia “La fortuna con l’effe maiuscola“. Forse perché questa sorta di incongruo spirito, che aleggia sulle cose e che pare spingere alcuni palloni nelle porte ed altri li rigetta lontani con movimenti di mani oscure, è di quelle cose che non basta mai. Se ti ci imbatti, nella fortuna, e decidi di ignorarne i meccanismi per passare ciecamente all’incasso, finisci sempre col maledire chi ne ha una più grande ed attendere quella con la effe maiuscola, quella maggiore e ventura, quella che ti è dovuta, in una progressione illimitata che le sale da gioco d’azzardo conoscono bene – e su cui hanno fondato la loro, di fortuna.

In breve: Giovanni e Cristina sono una coppia di poveri disperati. Un giorno si presenta l’avvocato di un giovane barone, di padre ignoto, ed offre a Giovanni una discreta somma in cambio di essere riconosciuto suo figlio onde potersi presentare alla famiglia di una nobile e ricca fanciulla da chiedere in sposa. È un apparente scambio alla pari tra due persone che si illudono che la fortuna possa dividersi a costo zero, come in una partita doppia, ignorando che essa è invece tutta asimmetrica e sbilanciata, come le leggi del mondo. Giovanni, infatti, accetta su due piedi, ma subito dopo vede presentarsi a casa sue un notaio che annuncia la morte di suo fratello, emigrato anni addietro in America dove, dopo una vita di enormi sacrifici, ha costruito un’altra fortuna, la sua: una fortuna milionaria. Come da volontà testamentaria, Giovanni potrà riscuotere quella enorme somma ad una condizione, semplice e chiara: quella di non avere figli, nel qual caso tutta l’eredità passerà al discendente. E lui, povero ignaro, un figlio fasullo ora ce l’ha per la legge, da poche ore. Si è presentata dunque la Fortuna, con la effe maiuscola, ed ha preteso di scalzare con violenza la precedente, minore e mendace.

A ben vedere, la commedia è un accurato lavoro di distinzione tra due realtà che, come nella vita dei personaggi sulle tavole del teatro, spesso vengono erroneamente sovrapposte e confuse, anche sui campi di calcio: la grazia e la fortuna. La prima ha la sua caratteristica peculiare nella gratuità assoluta, e dunque anche nella sua sostanziale insensatezza – qualcosa che accade per mano santa senza alcun presupposto e ci beatifica; la seconda, invece, affonda le sue radici nella terra e nella sua disciplina e pur essendo una sequenza talmente lunga e complessa di eventi e concause da far smarrire le proprie tracce, essa conserva sempre un proprio intrinseco senso. Contorto, magari. Celato. Ma è quel senso che rende la fortuna, a differenza della grazia, un bene che ha un prezzo preciso. La grazia è dell’aldilà, dei santi e dei loro miracoli; la fortuna è dell’aldiquà, dei tacchetti sotto le scarpe e delle linee di gesso sull’erba.

Giovanni, dunque, vede nel giro di poche ore presentarsi una apparente sequenza di fortune, inanellate e come sempre incompatibili: la seconda ordina di annullare la prima o promette di svanire, perché a differenza della grazia che piove dal cielo, la fortuna ha una dimensione, non è uno spirito santificante, ma richiede uno spazio per essere accolta oppure svanisce. Giovanni potrebbe piantarsi in mezzo alla propria casa fatiscente e ululare alla luna la sua sorte meschina che lo condanna alla ineluttabile prigionia della miseria. Potrebbe dire che Zaza all’ottantottesimo è figlio del destino e che lui ce l’ha messa tutta ma ha fallito mettendo in calce un amen. Invece aguzza l’ingegno, controlla le strade percorribili, valuta condizioni, perché sa che la fortuna è della stessa sostanza delle sue mani callose e i suoi abiti cenciosi, e decide di parlarle e di giungere a patti. Si costituirà al commissario per falso in atto pubblico strappando ogni diritto accampato dal barone, attenderà l’esito del giudizio che pende sulla sua testa per tornare in possesso dell’eredità ma nel mentre accetterà il carcere. La Fortuna lascia ereditare, assieme all’abbondanza, il proprio carico di sofferenza.

Gli spettatori, quell’abbondanza, non la vedranno mai. Non sappiamo se Giovanni, durante la sua detenzione, starà bene o male, sopravvivrà o verrà meno. Tornerà primo in classifica o piomberà al quinto posto. Quella libertà, infatti, fa parte del futuro possibile della sua vita, proiettata al domani come ogni fortuna che si rispetti. Ma sono gli ultimi minuti della commedia ad essere sublimi: il protagonista si avvia verso la casa circondariale, ammanettato e salutato dalla festa di voci che i condomini hanno improvvisato per salutarlo. Si festeggia una morte temporanea. Un passaggio. Egli si incammina sulla strada della galera, verso cibo ancora più povero e una solitudine ancor più disperata, ma percorre i suoi ultimi metri nella vertigine, sorridendo.

Il veleno in coda della partita di sabato scorso non è figlio di una grazia concessa ad altri. Non confondiamoci per disegnarci un alibi. È figlia della fortuna altrui – e anche degli altrui milioni che, come dice Eduardo, “chiamano sempre altri milioni”. Sarebbe un errore convincerci che quanto ci è stato tolto tornerà un giorno, per vie oscure. La Fortuna ha bussato alla nostra porta sabato sera, il notaio era presente allo Juventus Stadium e ha scoperto e letto le carte bollate. Ci viene richiesto solo di pagare il prezzo. Se vogliamo. La commedia non è terminata.

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