Sarri secondo il filosofo de Giovanni: «È l’immagine della provincia italiana, l’antitesi rispetto agli allenatori-primedonne»

Sarri secondo il filosofo de Giovanni: «È l’immagine della provincia italiana, l’antitesi rispetto agli allenatori-primedonne»
Maurizio Sarri in una foto di Matteo Ciambelli

«Sentimenti, Pretto, Berra, Rosi, Andreolo, Pastore…» È il Sarti-Burgnich-Facchetti del Napoli nel secondo dopoguerra. A ricordare la formazione completa è Biagio de Giovanni, personalità difficile da ingabbiare in una definizione: filosofo, politico, professore, pensatore, anima critica della sinistra italiana. E, in questo caso, grande tifoso del Napoli. «Perché col tempo qualche canto di Dante me lo sono dimenticato ma le formazioni del Napoli no».

Scherza Biagio de Giovanni, interpellato dal Napolista per chiacchierare della passione comune e soprattutto dell’uomo che sta facendo vivere alla città e ai tifosi emozioni quasi dimenticate: Maurizio Sarri.

«È l’immagine della bella provincia italiana. La conferma che ancora esistono personaggi così. Dopo tanto tempo caratterizzato da una forte dispersione, si sta ricreando quel tessuto di valori che ha a lungo contraddistinto la nostra provincia. Ci sono le città e le province, non nel senso amministrativo del termine. Ecco, Sarri è un uomo di provincia, sano, schietto, bravo. Ora non vorrei produrmi in un’analisi della sua collocazione etnico-regionale, ma sembra provenire da un mondo lontano. Ci eravamo ormai abituati ad allenatori proiettati su se stessi, chiacchieroni, primedonne. Non mi riferisco solo a Benitez ma anche a lui. Il suo biennio a Napoli è stato caratterizzato da una certa albagia rispetto allo spogliatoio, è stato un allenatore che non ha mai realmente concesso fiducia ai giocatori, mi riferisco a una fiducia ferma, e così la squadra è progressivamente diventata preda di una insicurezza complessiva». 

E poi è arrivato il signor nessuno.
«Eh sì. Sarri ha avuto un approccio completamente diverso. È riuscito a guardare oltre se stesso. Ha lo sguardo rivolto all’esterno. Ha mostrato una capacità straordinaria di unificare lo spogliatoio e di rivitalizzare calciatori che sembravano smarriti, come ad esempio Higuain e Hamsik. Perché, diciamo la verità, Higuain se ne voleva andare. È stato recuperato innanzitutto dal punto di vista umano. Così come Hamsik che pure Mazzarri, più provincialotto che provinciale, faceva giocare bene. Userò un termine gramsciano, Sarri ha esercitato una egemonia umana e tecnica i cui risultati sono evidenti. Ecco, è riuscito a unire due aspetti decisivi: il rapporto umano con i giocatori e il rapporto tecnico con la partita». 

Il Napoli gioca un calcio invidiabile.
«Straordinario. Perché lui è un grande organizzatore di gioco. Oggi il calcio è geometria, occupazione dello spazio. E la profondità del suo lavoro si percepisce anche dall’eredità che lascia, basta guardare il campionato che sta facendo l’Empoli. Anche in questo, Sarri è un prodotto della provincia; non è un uomo di passaggio, è un uomo che lascia il segno. Ma è anche un uomo dalla straordinaria capacità di comunicazione. Quando lo guardo apparire in tv, mi fermo. È di una semplicità sorprendente e si percepisce che ha lo sguardo rivolto all’esterno. Osserva quel che accade. Parla del gioco, dei risultati, e soprattutto di calcio. Lo ripeto: non è completamente preso da sé. E poi è ironico, e autoironico, dote quest’ultima oggi praticamente introvabile. È anche grazie a lui se l’Italia sta tornando ad essere un laboratorio calcistico, basta guardare altre realtà come il Sassuolo allenato da Di Francesco».

 Qualcuno teme per la tenuta di questo Napoli.
«Sì, lo sappiamo, Sarri ha una sua idea di squadra principale. Però adesso anche lui sta facendo ruotare i calciatori. Ieri sono rimasto colpito dalla solidità di Strinic, ha tenuto Insigne in panchina e ha fatto giocare Martens. E lo stesso aveva fatto contro il Torino. Sarri è un allenatore che sa misurare la forza fisica dei suoi giocatori, saprà certamente fin dove può spingersi. Oggi nessuno è in grado di dire se questa squadra possa reggere fino a maggio ma è impossibile pronunciarsi in anticipo». 

Anche il tormentato rapporto con la sigaretta ne fa di lui quasi un anti-glamour.
«Questo è un aspetto che me lo rende ancora più simpatico. Io ho una certa età e ho smesso di fumare appena due anni fa ma francamente trovo persecutorio l’atteggiamento della società contemporanea nei confronti del fumatore. Vedo persone lamentarsi del fumo passivo persino negli spazi aperti, la trovo un’esagerazione. Non vorrei fare l’elogio del fumo, il fumo fa male e quindi ci auguriamo che Sarri smetta presto, però mi ha fatto sorridere quando si è dichiarato contento dell’espulsione perché così si è potuto fumare una bella sigaretta».

La domanda è un po’ scontata: c’è un Sarri all’orizzonte nella sinistra italiana?
«Adesso mi sdoppio. E dico che qualcun altro, un altro da me, potrebbe osservare che il Sarri della sinistra italiana è Renzi. Oggi i grandi rottamati del calcio sono Mourinho e Benitez. Anche in politica molte primedonne sono state eliminate, anche se chi li ha scalzati è una primadonna quanto loro. Aspettiamo, diamo ancora un po’ di tempo a Renzi e speriamo che il Sarri sia lui prima di considerarlo un Benitez».

Un’ultima domanda, professore. Se dovesse immaginare un filosofo da accostare a Sarri, a chi penserebbe?
«Un filosofo. Vediamo. Un razionalista no. Non è neanche un euforico. Ecco, diciamo Montaigne, ricorda la saggezza di Montaigne. Non fa niente che è francese».

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