Ce l’hanno con voi napoletani. Gli stadi chiusi sono una medicina terribile e spettacolare. Ma impeccabile.

No, caro Gallo. Le cose sono sufficientemente chiare già così. Chi lo desidera, si faccia pure sopraffare da quell’ansia consolatoria che precede l’amara constatazione dei fatti, che il referto degli ispettori federali definirà nel dettaglio. Ma il cadavere del buon gusto e della civiltà è già sul tavolaccio della morgue, freddo, gelido, cristallizzato.

Mi attesto su ciò che lei scrive. «Al momento non abbiamo capito quali siano state queste frasi. Se, come sta sostenendo Sky Sport 24 in maniera quasi ossesiva, si dovesse trattare del coro “noi non siamo napoletani” sarebbe francamente un provvedimento assurdo. Nemmeno noi potremmo ritenerlo un coro discriminatorio. Ma noi non sappiamo se quel che Sky Tg 24 sta ripetendo corrisponda al vero. I cori tre e loro ce ne stanno facendo ascoltare solo uno».

Voi no, caro Gallo, ma noi che non siamo napoletani sì. Vede, la discriminazione non è nelle parole o per lo meno, in questo, come in millanta altri casi, non lo è più. È nell’identificazione di una precisa origine geografica, nel ritenere che quell’origine porti con sé il marchio d’infamia di una qualche diversità. E urlare in coro “noi non siamo napoletani” è esattamente ciò di cui parliamo.

E poi lei sa cosa sono le aggravanti, vero Gallo. Le aggravanti testimoniano di un accanimento. E l’accanimento, nelle discriminazioni, fa punteggio. Il caso che abbiamo sotto gli occhi ha del clamoroso, dell’inedito, dell’assolutamente originale rispetto a tutte le possibili discriminazioni. Perché ha una continuità razzista che esula dal semplice contesto dello scontro tra tifosi e si sublima in ogni dove. Ciò che fa la differenza è che «NOI NON SIAMO NAPOLETANI» viene orgogliosamente esibito in un contesto dove i napoletani non ci sono, come a sottolineare che quell’elemento è decisamente superiore a qualunque altro insulto che potrebbe prodursi tra le tifoserie presenti in quel momento allo stadio.

Ce l’hanno evidentemente con voi, caro Gallo. Gli stadi chiusi sono una medicina terribile e spettacolare. Ma impeccabile.
Michele Fusco

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