La vita di Benitez / Il giorno in cui diventò Tormentor

Voglia di riscatto all’Osasuna dopo l’esonero dal Valladolid, dunque. A Pamplona erano in B da tre anni, aspettavano Benitez per tentare la promozione. Ma a Pamplona l’avventura durò ancora meno. Sette giornate, un altro licenziamento. Stavolta c’era stato tutto il tempo per programmare, invece altro vento in faccia, un’altra delusione, la squadra si salvò nelle ultime cinque giornate, senza di lui. Rafa guardò negli occhi il secondo fallimento, più duro del primo. Se non altro, quelle sette partite gli avevano permesso di incontrare una persona che avvertiva come un alter ego, Paco Ayestaràn, preparatore atletico L’Osasuna gli buttò giù il morale. La sua reputazione aveva preso un altro colpo. La prossima volta non avrebbe potuto sbagliare.
Perciò fu molto prudente quando arrivò all’Extremadura, nell’estate del ’97. Gli avevano dato lo stesso compito: riportaci in A, riportaci nella Liga. Una squadra molto rinnovata, i tifosi lo accolsero bene. Con lui pure Ayestaràn. Insieme divisero i disagi per una struttura non all’altezza e l’ansia del precampionato. Quando Rafa entrò nello spogliatoio e disse a tutti che il chewing gum da quel giorno sarebbe stato vietato, i giocatori pensarono a uno scherzo. Era serio. Terribilmente serio. Proibito in partita e in allenamento. Non dà una buona immagine di sé ed è pericoloso, spiegò. Un’altra regola riguardò l’abbigliamento: i giocatori avevano l’abitudine di allenarsi con magliette di vari colori, calzettoni differenti, un arcobaleno. Furono sconvolti dai metodi d’allenamento. Benitez ripeteva gli esercizi fino alla nausea. Disponeva 11 uomini di fronte a sé e portava la palla, come fosse un avversario, chiedendo alla squadra di muoversi per fronteggiarlo. E poi di nuovo, e poi di nuovo, e poi di nuovo. Perché quei meccanismi diventassero automatismi. Un lavoro che si fa con i bambini. Molti scoprirono cosa fosse un pulsometro, i livelli di acido lattico. Prima delle partite, Rafa sottoponeva i calciatori a una serie di domande sugli avversari, sulla tattica, chiedeva attenzione, non voleva errori. Non concedeva spazio per respirare. Lo chiamavano “tormentor”.
Il campionato iniziò benissimo: 3 vittorie nelle prime 3 giornate, squadra già in fuga alla quinta partita, ma ce n’erano 42 da giocare. La prima sconfitta arrivò sul campo dell’Atletico Madrid B, nella seconda parte della stagione la squadra ebbe un piccolo calo che la fece scivolare al secondo posto. Quattro vittorie consecutive la avevano in ogni caso messa nella condizione di vincere il campionato il 9 maggio del ’98, sul campo dell’Orense: 500 tifosi viaggiarono con Benitez. Non ci fu neppure bisogno di giocarla per far cominciare la festa, la sera prima la sconfitta del Las Palmas rese aritmetica la promozione. In città, ad Almendralejo, si riversarono allo stadio per aspettare il ritorno di Rafa e dei suoi. Il 9 maggio, un giorno fortunato. Sei anni dopo, nella stessa data, Benitez avrebbe vinto il campionato con il Valencia. Il presidente Pedro Nieto Cortès gli offrì il rinnovo per tentare la salvezza, Rafa chiese in cambio investimenti per migliorare le strutture del campo d’allenamento. Cortès non la vedeva una priorità. Insomma, le prime crepe. Ma davanti a sé aveva la prima sfida divertente: contro il Barcellona che aveva vinto campionato e Coppa; contro il Real che aveva appena battuto la Juve in finale di Champions; contro l’Atletico Madrid che aveva ingaggiato l’idolo Sacchi; contro il Valencia che con Ranieri puntava al rilancio. Sfidarli con l’Extramadura, ecco, a Rafa piaceva l’idea. Salvarsi in mezzo a questi giganti, proviamoci. C’era da convincere la squadra, c’era da far capire che stavolta la partita era più grossa. Il calendario si divertì a piazzare alla prima giornata l’Extremadura contro il suo ex Valladolid. Finì 0-0. Poi arrivarono due sconfitte consecutive contro il Barcellona e l’Atlético. Il pari con il Betis. La prima vittoria solo alla settima giornata, contro l’Alaves. Il pessimismo tornò con il 5-1 subito dal Real, l’euforia si rifece viva con le vittorie contro Valencia ed Espanyol. Montagne russe. Su e giù. Dopo aver chiuso il girone d’andata in zona retrocessione, la squadra migliorò. Vittorie in casa su Betis, Atlético, Real Sociedad; un pareggio in dieci all’ultimo minuto contro il Deportivo. E poi arrivò lo scontro diretto con il Villarreal. La terza squadra implicata nella lotta salvezza, l’Alavès, avrebbe giocato in casa contro la Real Sociedad, che nulla più aveva da chiedere al campionato, come lo stesso Extramadura aveva capito due settimane prima. Fu persino più chiaro quando la Real andò in vantaggio e l’autore del gol, Pedro, si scusò: poi l’Alavès rimontò, come ci si aspettava. La pressione sull’Extramadura, quel pomeriggio, era enorme. Contro il Villarreal andarono in svantaggio 0-2, nel secondo tempo riuscirono a pareggiare, ma il 2-2 finì per mandare entrambe le squadre agli spareggi. Nonostante quota 44 punti raggiunta, l’Extremadura fu costretta ai play-off con il Rayo Vallecano. Nei primissimi minuti, Rafa prese un rigore contro e l’espulsione del portiere. Fu l’inizio della fine di una bellissima avventura.
(5. – continua)
Il Ciuccio

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