Che cosa c’entra Gonzalo Higuain con Patrizio Oliva?

Devi farlo muovere poco. Non deve scappare. Tienilo lì. E picchialo. Picchialo tutte le volte che puoi. Santos Zacarias lo ripeteva ogni santissimo giorno a quella testa dura di Juan Martìn, Juan Martìn Coggi, il ragazzo venuto da Santa Fe come Monzòn, e che come Monzòn voleva diventare pugile, voleva diventare campione del mondo. Santos Zacarias glielo ripeteva perché era arrivata la sua occasione, il match per un titolo mondiale, la corona del welter junior, contro l’italiano Patrizio Oliva. Quel Patrizio che aveva vinto la medaglia d’oro ai Giochi olimpici di Mosca nel 1980 e che era stato votato miglior pugile del torneo. Ma Juan Martìn Coggi detto El Latigo, la frusta, cosa aveva da temere? Lui stesso era stato un ottimo dilettante, una grandissima promessa della boxe argentina, doveva solo restare con le gambe ferme di fronte al suo momento. “Devi farlo muovere poco, quello scappa sempre”, Santos si sgolava in allenamento per ficcare bene nella testa di Juan Martìn le sue indicazioni. Come conosceva la boxe Santos, in Argentina la conoscevano pochi. Aveva già portato al titolo mondiale uno dei suoi ragazzi, Sergio Victor Palma, lo stesso voleva fare con Coggi, una faccia da muratore, uno che per guadagnarsi la vita raccoglieva spazzatura a Buenos Aires. Pazienza se c’era da portarlo a combattere all’estero, pazienza se “la frusta” all’estero non aveva combattuto mai, stavolta l’avrebbe fatto. Per la corona. In Italia, contro l’italiano, che ci importa Juan Martìn, andiamo e lo battiamo, andiamo e lo battiamo, un martello Zacarias, un martello.

Luglio 1987. Il Napoli è fresco fresco campione d’Italia. Un match mondiale di boxe fra un napoletano e un argentino per forza deve spingere a fare una domanda a Diego. E Diego cosa può dire? Che Patrizio è un grande, un grandissimo, ma che lui con il cuore sta dall’altra parte, sta con Juan Martìn, con el Latigo, con “la frusta”. Oliva ci rimane un po’ male, sotto sotto ci sperava. Ma che la sua boxe fosse poco popolare, be’, quello lo sapeva bene. “La gente non mi ama, cosa ci posso fare? Alla mia boxe non posso fare la plastica facciale”, disse prima del match. Ha altro per la testa. Ha pensieri personali e fantasmi privati con cui fare i conti, solo che quelli sul ring non te li devi portare mai, è la prima regola di un pugile, ma proprio mai. Santos Zacarias, detto el Piponazo, esperto, cocciuto, con la sua maxi radio sempre piazzata sulle spalle, mandava ad altissimo volume il tango per le strade di Ribera, e aveva svuotato la testa del suo Juan Martìn: pensa solo a quello, pensa solo a tenerlo sulle corde. E Coggi eseguì. Se Oliva fosse rimasto in piedi, avrebbe eguagliato il record di 49 match vinti di fila, il record di Rocky Marciano. Ma la sua boxe borghese andò giù con un sinistro.

Santos saltò sul ring e abbracciò la frusta, pensò che era il suo secondo titolo mondiale da maestro di boxe, otto anni dopo Palma. Pensò alla gioia dei figli lasciati a casa, dall’altra parte dell’Oceano: a Claudio, calciatore, difensore del San Lorenzo, e pensò a Nancy, la sua Nancy, che fra cinque mesi avrebbe avuto un figlio. Un figlio da un amico di Claudio, un calciatore pure lui, Jorge Higuain, che dal Boca stava passando al Brest, in Francia. Jorge, detto El Pipa, per via delle narici grandi. Il bimbo sarebbe nato a dicembre, probabilmente proprio in Francia, che peccato, pensò Santos, che peccato non farlo nascere a Baires. Promettimi che gli darete un nome argentino, disse Santos alla figlia, e lei gli garantì di sì, certo, Gonzalo lo avrebbero chiamato. Gonzalo Higuain, nipote di Santos Zacarias, il maestro della frusta che tolse il mondiale a Oliva.
Il Ciuccio

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