Io, insignista, vi racconto il mio film su Insigne

Io sono Insignista.

Non è un atteggiamento “razionale” – ché se poi mi dimostrate quanta razionalità c’è nel fare il tifo per una squadra io vi do il premio Cartesio alla carriera.

Premetto che non conosco Lorenzo e non voglio conoscerlo. Mi presentarono Maradona, avevamo appena vinto il primo scudetto. Non avevo niente da dirgli. Lo contemplavo, mi sarei inginocchiato per dirgli l’unica parola che avevo in mente: “Grazie”. Oggi dovrei dirgli anche un “perdonami”, ma questa è un’altra storia e la racconteremo un’altra volta.

Forse con Lorenzino sarebbe diverso, ma credo che mi esprimerei come un ebete, perché la passione rende ebeti, ma anche perché mai si deve chiudere la distanza tra uomo e autore, tra carne e mito.

Perché, vedete, io mi sono fatto un film in testa. Ve lo racconto. E’ un film che dovrebbe piacere a Marco Demarco, perché, come diceva quello che sapeva l’inglese maccarone: “I know my chicken”.

Sequenza 1 – l’abbiamo appena vista
Lorenzo Insigne esordisce con Walter Mazzarri. E’ una nostra speranza. Ma è una speranza come le luci dell’albero di Natale. In campo si accende e si spegne. Come in Under con l’Inghilterra: spunti meravigliosi, sprechi presuntuosi, distrazioni “balotellesche” da genio che si è già concesso. Poi, quando stai per affancularlo perfino tu che lo ami, lui dipinge quella punizione-gol. Dipinge. Per mia dignità non descrivo quello che posso aver detto e fatto nel minuto successivo. Chi era con me si è spaventato.

Sequenza 2 – si gira quest’anno
Lorenzo Insigne ha un impatto duro con Rafa Benitez – prima di Rafa la sceneggiatura diceva: “con un allenatore meno opportunista”. Benitez gli ordina l’allenamento della forza, perché adesso è un fuscello che gli sputi e va giù. Gli spiega che il calcio non è disegno di belle traiettorie, ma 90 minuti di mazzo, sofferenza e sangue da giocare senza pause furbacchione. Rafele gli insegna rigore e disciplina personale. Lorenzo sulle prime esita. Titoli di giornale lo danno già in altre squadre. E quando tutto sembra perso… lui “ingrana”

Sequenza 3. Il Futuro
Lorenzo Insigne, fra Matadores, latinos, centrales, fancules e campeones, PRENDE IN MANO il Napoli. Lo guida allo scudetto/i, lo fa ben figurare in champions (ue’, sono superstizioso anche io), è titolare in nazionale. Titolarissimo (teh!). E questo per molti anni, fino ai suoi 37.

In questo quindicennio il San Paolo, o la “Nuova Arena Vesuvio D’Amato-De Magistris” trovano il loro “Totti” (ma è assolutamente certo che anche nei numeri Lorenzo sarà superiore “ar Capitano” e pure a Del Piero). Diventa e resta la bandiera di Napoli. E’ la faccia di uno “curto e niro” che ce l’ha fatta venendo da Frattamaggiore senza passare né da Udine né da Torino. Lorenzo diventa il simbolo della vittoria sul nostro male più grande: l’idea che se nessuno ce la fa, nessuno ma proprio nessun altro deve farcela. E bisogna distruggere chi ci prova. Diventa la prova vivente che a Napoli qualcosa di buono può non solo nascere, ma “durare nel tempo”. Solo prendendo a calci il pallone Lorenzo fa più di cento sindaci.

Sequenza 4 – Finale
L’ultimo anno da calciatore di Lorenzo, siamo nel 2028, è una marcia di trionfo. L’Italia gli rende omaggio, Lorenzo mostra ai media la casa dove conserva i suoi due “Palloni d’oro” e la maglia numero 10, che nel Napoli è sua dal 2014. Grazie a lui, il nome di Napoli cambia di posto e colore nei cuori di ogni italiano. Diventa “migliore”. Lorenzo si congeda in una notte di trionfo, fra le lacrime di tutti, restando naturalmente a dirigere la società verso nuovi traguardi, il suo nome sui muri e nel cuore di tutta la città.

Titoli di coda, ringraziamenti, “aknowledgements”
Fra quindici anni io dovrei averne 77. E’ probabile che non ci sia più. Ma voi, che siete tutti giovani e longevissimi, quella sera “arricurdateve sti’ parole d’ammore”.
Vittorio Zambardino

p.s. E poi non si chiama “Insigne”. Si chiama “Bambino Nostro”

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