Zeman, troppo fumo e poca difesa

Più di Mazzari ha soltanto il numero di sigarette aspirate. I tifosi napoletani non hanno memoria. Anche i cittadini, ma è un’altra storia. Sento invocare Zeman, in qualsiasi bar, ristorante, ufficio, conciliabolo. Scusate, ma avete dimenticato l’anno della retrocessione? Zdenek fu il primo allenatore della stagione, esonerato dopo pochissime partite. Vogliamo parlare della sconfitta in casa col Bologna, quando il buon portierino Nando Coppola ne prese cinque e fu sostituito dal boemo a partita in corso? Io ho le immagini in mente, nitidissime. E ho scolpito nei lobi lo “Zeman-pensiero”: quattro tre tre contro chiunque, è l’unico modulo che conosco; da giovane mi dicevano: gioca in quella parte del campo; la mia squadra deve imporre il gioco, gli altri devono preoccuparsi di noi. Per quanto mi riguarda, resto fedele al motto: solo i fessi non cambiano mai idea. All’epoca ero uno zemaniano convinto. Oggi sono assolutamente antizemaniano. Quei ragionamenti li potrebbero fare (e nemmeno) Mourinho, forse Guardiola, Ancelotti, Capello, ma per una semplice ragione: allenano squadre formidabili, nelle quali l’ultima delle riserve è un top player (espressione che oggi “si porta” tantissimo). Nessun allenatore, a mio modesto avviso, si può permettere di giocare allo stesso modo contro chiunque e di non apportare modifiche al modulo in base all’avversario di turno. Se affronti il Barcellona, il Real Madrid, ma anche il Bayern Monaco o il Milan o la Juve, ti devi “misurare la palla”. E pure se in campo ti ritrovi il Parma con Giovinco, devi pregare un tuo difensore di applicare una zona un po’ più “a uomo”. Insomma, è vero che quella retrocessione in B fu anche frutto di un ciclo che si stava spegnendo, non concludendo. Ma la valanga di gol da cui mister Zeman ci fece travolgere prima di essere mandato via non la scorderò più. Troppo fumo, poco arrosto, difesa ballerina, eccesso di presunzione, non cambia mai idea. Zeman no, ha fallito una volta, per il Napoli non va bene. E’ un “fumallenatore”.

di Giuseppe Pedersoli

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